10 Apr, 2026 - 12:23

Le banalizzazioni sul coraggio di Pedro Sanchez

Le banalizzazioni sul coraggio di Pedro Sanchez

Eh ma Pedro Sanchez è bravo! Eh ma lui ha il coraggio di dire no! eh ma lui è quello che vorrei vedere a Palazzo Chigi!

Tutte frasi simpatiche e folkloristiche che si leggono molto spesso nelle analisi politiche sui quotidiani e le trasmissioni tv che sono meno inclini all’approfondimento storico-fattuale, e su quelli sfacciatamente strumentali a una certa narrazione ideologica.

Senza andare molto indietro nel tempo, (benchè anche in quel caso la storia parli chiaro) nel secolo scorso, poche comparazioni istituzionali e storiche risultano tanto suggestive, ma al contempo, completamente fuorvianti, quanto quella tra Spagna e Italia. 

Due paesi che condividono una medesima latitudine geografica, linguistica e culturale, affacciati sul Mediterraneo e segnati da complessità economiche nella prima metà del 900, ma che, a ben vedere, sviluppano le radici profonde della loro complessità istituzionale attuale lungo traiettorie profondamente divergenti, quasi speculari nella loro differenza. Comprendere tali divergenze non è soltanto uno sterile esercizio storiografico, ma è la premessa necessaria per interpretare la natura delle rispettive posture di politica internazionale odierne e per evitare assimilazioni improprie, tanto diffuse negli ultimi giorni quanto superficiali.

La frattura originaria della storia spagnola novecentesca è rappresentata dalla Guerra civile del 1936–1939, evento fondativo che non trova un equivalente pienamente sovrapponibile nell’esperienza italiana. In quel conflitto, la Spagna diventa il laboratorio ideologico d’Europa, il luogo in cui si anticipano, in forma brutale e concentrata, le linee di faglia che di lì a poco avrebbero incendiato il continente. Non si trattò semplicemente di una guerra interna, bensì di una resa dei conti tra visioni del mondo inconciliabili: da un lato un fronte repubblicano composito, attraversato da socialisti, comunisti e anarchici; dall’altro un blocco nazionalista, guidato da Francisco Franco, espressione di un ordine tradizionale che si percepiva assediato.

Le potenze europee, pur proclamando neutralità, utilizzarono il conflitto come banco di prova: la Germania hitleriana e l’Italia fascista sostennero apertamente i nazionalisti, mentre l’Unione Sovietica intervenne a favore della Repubblica secondo logiche eminentemente strumentali. Le democrazie occidentali, invece, scelsero la via dell’inazione, contribuendo indirettamente all’esito finale. La vittoria franchista non fu soltanto il trionfo di una parte sull’altra, ma l’instaurazione di un ordine politico destinato a durare quasi quattro decenni, congelando la Spagna in una dimensione autoritaria mentre il resto dell’Europa occidentale intraprendeva percorsi di democratizzazione e integrazione.

È qui che si apre la divergenza più significativa rispetto all’Italia. Quest’ultima, dopo l’esperienza fascista, conosce una cesura traumatica ma relativamente rapida: la sconfitta nella Seconda guerra mondiale, la caduta del regime, la nascita della Repubblica e l’inserimento immediato nel campo occidentale. La Spagna, al contrario, attraversa il secondo conflitto mondiale da posizione defilata. Pur ideologicamente affine alle potenze dell’Asse, il regime di Franco opta per una prudente non belligeranza, evolutasi poi in neutralità. Non si tratta di una scelta dettata da ambiguità, bensì da un calcolo freddo: il paese è esausto, devastato dalla guerra civile, incapace di sostenere un nuovo sforzo bellico. Franco comprende che la sopravvivenza del regime passa attraverso l’astensione bellica.

Questa mancata partecipazione alla guerra mondiale costituisce un elemento cruciale di diversità. L’Italia esce dal conflitto distrutta, occupata dalle forze anglo-americane, attraversata da una guerra intestina post-bellica che ne segna profondamente la memoria collettiva e la cultura politica. La Spagna, invece, pur rimanendo isolata e marginale, conserva la continuità del proprio apparato statale e non subisce quella rottura radicale che, nel caso italiano, diventa fondativa della nuova identità repubblicana. Ne deriva una differenza strutturale: mentre l’Italia costruisce la propria legittimità internazionale sull’antifascismo e sull’adesione convinta al blocco occidentale, la Spagna franchista rimane a lungo un corpo estraneo, tollerato più che integrato.

Il riavvicinamento agli Stati Uniti negli anni Cinquanta avviene infatti su basi profondamente diverse rispetto a quelle italiane. Roma è parte integrante del sistema multilaterale occidentale, membro fondatore della NATO e beneficiaria del Piano Marshall; Madrid, invece, negozia un rapporto bilaterale, segnato da una evidente asimmetria. Gli accordi del 1953 sanciscono l’installazione di basi militari statunitensi sul territorio spagnolo in cambio di aiuti economici e, soprattutto, di legittimazione internazionale per il regime. Non si tratta di un’alleanza tra pari, bensì di uno scambio pragmatico: la posizione geografica della Spagna diventa una risorsa strategica nel contesto della Guerra fredda, mentre la sua natura politica viene, di fatto, “lasciata tra parentesi”.

Questa differenza originaria nei rapporti con Washington lascia un’impronta duratura. L’Italia si abitua a operare all’interno di cornici multilaterali, accettando vincoli e benefici di un sistema di alleanze che ne orienta profondamente la politica estera. La Spagna, al contrario, sviluppa una cultura strategica più flessibile, meno vincolata da automatismi e più incline al pragmatismo bilaterale. Anche dopo la fine del franchismo e l’ingresso nella NATO nel 1982, tale inclinazione non scompare del tutto, ma continua a informare, in modo più o meno esplicito, le scelte di Madrid.

La transizione democratica rappresenta un ulteriore elemento di differenziazione. In Italia, la democratizzazione coincide con una rottura netta rispetto al passato; in Spagna, essa si configura come un processo negoziato, graduale, fondato su compromessi che consentono di evitare nuove lacerazioni ma che implicano anche una parziale continuità delle élite e una certa reticenza nel fare i conti con il passato. Questo diverso modo di uscire dall’autoritarismo contribuisce a plasmare culture politiche distinte: più conflittuale e ideologicamente marcata quella italiana, più prudente e consensuale quella spagnola.

Alla luce di questo percorso storico, appare evidente come la politica internazionale della Spagna non possa essere letta attraverso categorie italiane, né tantomeno ridotta alle scelte contingenti di leader contemporanei come Pedro Sánchez  (o come il tanto osannato e caro ai soliti noti “come dice Zapatero” di qualche tempo fa). Le opzioni strategiche di Madrid affondano le loro radici in una storia segnata da neutralità, isolamento e successivo reinserimento selettivo nel sistema occidentale. Esse rispondono a una logica che privilegia l’autonomia relativa, l’attenzione agli equilibri regionali – dal Mediterraneo occidentale all’America Latina – e una certa diffidenza verso vincoli eccessivamente stringenti.

L’Italia, per contro, rimane strutturalmente ancorata a un sistema di alleanze che ne limita, ma al tempo stesso ne garantisce, la proiezione internazionale. La sua politica estera è spesso il risultato di un equilibrio tra appartenenza e interesse nazionale, tra fedeltà agli alleati e ricerca di spazi di manovra. Due modelli, dunque, non sovrapponibili, perché generati da esperienze storiche radicalmente diverse.

In definitiva, il Novecento ha inciso come una matrice profonda, producendo identità politiche e strategiche che ancora oggi condizionano il modo in cui Spagna e Italia si collocano nel mondo. Ignorare questa genealogia significa esporsi al rischio di letture semplicistiche; riconoscerla, invece, consente di cogliere la logica interna delle rispettive scelte e di comprendere perché, al di là delle apparenze, Madrid e Roma continuino a parlare linguaggi geopolitici ed economico-finanziari distinti.

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