La storia la racconta bene Pagella politica. Un decreto corregge un altro decreto per salvare ciò che un terzo decreto aveva già rovinato. Siamo in Italia, aprile 2026, e il governo Meloni ha raggiunto un primato di ingegneria normativa: fare brutta figura tre volte nello stesso provvedimento.
Il 27 marzo il Consiglio dei ministri approva il decreto-legge n. 38, il decreto fiscale. Dentro c'è anche la soluzione attesa da migliaia di imprese rimaste fuori da Transizione 5.0: quelle che, tra il 7 e il 27 novembre 2025, avevano presentato domanda per i crediti d'imposta sull'innovazione ma avevano trovato i fondi esauriti. La legge di Bilancio 2026 aveva stanziato 1,3 miliardi di euro apposta per loro. Il decreto ne usa 537 milioni: il 35% di quanto spettante, calcolato soltanto sui beni strumentali, con energie rinnovabili e formazione escluse dal perimetro agevolabile. Per le imprese che contavano sull'aliquota massima del 45%, il beneficio effettivo scende al 15,75% dell'investimento: meno di quanto avrebbe garantito il vecchio piano Transizione 4.0. Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini definisce la misura «molto penalizzante» e parla di taglio retroattivo su investimenti già effettuati.
Il 3 aprile arriva il secondo decreto. Questo modifica il primo, ripristina i fondi portandoli a 1,3 miliardi e aggiunge 200 milioni ulteriori. Contestualmente proroga fino al 1° maggio la riduzione delle accise sui carburanti: venti centesimi su benzina e diesel, dieci sul gas di petrolio liquefatto, azzerate quelle sul metano. Due misure senza nulla in comune, accorpate per necessità politica.
Il decreto del 3 aprile è composto da soli due articoli, entrambi modificativi del decreto del 27 marzo. In pratica il governo non ha approvato un decreto indipendente: ha inserito le norme sulle accise nel decreto fiscale già in conversione al Senato, in modo che il Parlamento esamini i due provvedimenti nello stesso iter. In gergo si chiama decreto "matrioska" o "minotauro". Nell'attuale legislatura il governo Meloni ha già usato questa tecnica per 12 decreti; nella scorsa, con tre governi diversi, il totale era di 41.
La Corte Costituzionale ha definito la pratica "un anomalo uso del peculiare procedimento di conversione del decreto-legge", capace di compromettere "la chiarezza delle leggi" e "l'intelligibilità dell'ordinamento". Il Comitato per la legislazione della Camera l'ha inserita tra "le prassi più controverse della decretazione d'urgenza". Luca Ciriani (Fratelli d'Italia), ministro per i Rapporti con il Parlamento, durante un'audizione parlamentare ha definito il ricorso ai "minotauro" come «attentamente ponderato e valutato come necessario al fine di consentire la conversione di tutti i decreti pendenti». Traduzione: c'è così tanto da convertire che conviene impilare i decreti uno dentro l'altro.
L'effetto collaterale è misurabile. Inserire un decreto in un altro significa anticipare la scadenza di conversione del più recente alla scadenza del più vecchio. Nel caso dei Paesi sicuri, nell'ottobre 2024, il tempo a disposizione di Camera e Senato per esaminare il provvedimento si era ridotto di circa due settimane rispetto ai sessanta giorni costituzionali. Il diritto di esaminare le leggi non è una formalità burocratica.
A giugno 2025 il governo ha raggiunto cento decreti-legge in 972 giorni: uno ogni 9,7 giorni. Ciriani, su SkyTG24, aveva commentato: «Fa un po' impressione, ma è un numero grande perché il governo dura da 30 mesi». Solo che lo stesso Ciriani, al Festival dell'Economia di Trento nel maggio 2023, aveva dichiarato che l'obiettivo del governo era «quello di ridurre il numero dei decreti» presentati in Parlamento. Un impegno sepolto in meno di un anno.
Ai decreti si aggiungono 85 questioni di fiducia, una ogni 11 giorni. Secondo Openpolis il 95% dei decreti già convertiti ha visto l'imposizione del voto di fiducia: il governo presenta il decreto, il Parlamento lo esamina in commissione, poi arriva un maxi-emendamento che riscrive l'intero testo e la fiducia taglia il dibattito. I parlamentari scelgono tra il sì a scatola chiusa e la caduta del governo. Nella scorsa legislatura, per questo intreccio di decreti e fiducie, soltanto l'1%delle proposte di legge di iniziativa parlamentare è diventato legge. Il Parlamento approva tutto velocissimo, ma quasi niente di ciò che ha scritto autonomamente.
C'è una voce che in quest'aula si conosce bene. Quando era all'opposizione, Giorgia Meloni sosteneva che la democrazia parlamentare significa che il Parlamento decide, che il Parlamento è centrale, che è intollerabile che l'assemblea non possa discutere la legge di Bilancio, «prima prerogativa del Parlamento dalla fine delle monarchie assolute». Queste posizioni sono richiamate nei resoconti stenografici della XIX legislatura da parlamentari che le citano mentre votano l'ennesima fiducia su un testo mai discusso. L'Italia è oggi il Paese che approva più voti di fiducia al mondo, e il governo Meloni li usa con una frequenza che batte quasi tutti i record della storia repubblicana, pandemia esclusa.
Il caso della settimana di Pasqua 2026 condensa bene la sequenza. Il governo approva 537 milioni invece di 1,3 miliardi per le imprese. Il sistema produttivo protesta. Il governo si corregge con un secondo decreto che usa il corpo del primo per trasportare anche le accise. Il Parlamento riceve un pacchetto già confezionato, con i tempi di conversione ridotti rispetto ai sessanta giorni garantiti dalla Costituzione. Confindustria ha parlato di misura capace di «minare la fiducia verso le istituzioni». Le istituzioni, intanto, producono decreti che correggono decreti che prorogano altri decreti, e ogni pezza normativa lascia il buco da cui uscirà il prossimo decreto urgente.
La forma è rispettata. La Costituzione dice "casi straordinari di necessità e di urgenza": ogni volta il governo certifica l'urgenza. Solo che la necessità di un decreto che corregge un decreto che proroga un altro decreto non nasce da un'emergenza esterna. Nasce dall'incapacità di programmare. E il Parlamento non discute questa differenza: la ratifica.
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