L'ipotesi di un clamoroso ripescaggio dell'Italia ai Mondiali 2026 non è soltanto una suggestione fanta-sportiva e... fanta-politica. È un punto di vista del mondo contemporaneo che comunque si intreccia con un passaggio cruciale per il calcio italiano: la nomina del nuovo presidente della Federcalcio. Una scelta che avrà effetti diretti su riforme, sviluppo, nazionale, settori giovanili, finanziamenti e persino politiche fiscali interne. Ma pure (soprattutto?) una scelta che verrà osservata con sottile attenzione dalla FIFA, interessata a capire se ci sarà una discontinuità rispetto alla gestione del dimissionario Gravina, ritenuto troppo sbilanciato verso l'UEFA.
Il possibile forfait dell'Iran apre uno scenario inedito. La FIFA, secondo regolamento, può scegliere il sostituto "a propria discrezione". Non esiste un criterio automatico, né una graduatoria vincolante: esiste una decisione. E quando una decisione riguarda il più grande evento sportivo del mondo, è inevitabile che sia anche politica. Ma prima ancora del ripescaggio, c'è una una domanda più profonda: l'Iran può davvero giocare negli Stati Uniti? Teheran ha posto il problema in modo esplicito, chiedendo di disputare le proprie partite in Messico per ragioni di sicurezza. Una richiesta che nasce da tensioni geopolitiche evidenti e da un clima tutt'altro che disteso. La FIFA, però, ha già respinto l'ipotesi di spostamento, confermando il calendario negli Stati Uniti.
Qui nasce il palese cortocircuito. Pur con le diplomazie mondiali al lavoro, può esistere sicurezza "totale" per una nazionale che rappresenta un Paese in attrito (oppure in tregua o addirittura ancora in guerra) con Trump, presidente che ospita il Mondiale? La questione non è solo logistica: è simbolica, politica, perfino culturale. E non la sicurezza fisica, ma anche il contesto in cui si giocherebbero le partite. Ecco perché la possibilità di un passo indietro dell'Iran resta concreta. E se l'Iran dovesse rinunciare, la FIFA si troverebbe davanti a un bivio. Scegliere chi lo sostituirà sarà una decisione mediata in ambito sportivo e geopolitico. In questo l'Italia ha argomenti forti: ranking elevato, storia, appeal commerciale. Ma non bastano. Perché accanto al merito sportivo pesano gli equilibri tra confederazioni, le relazioni istituzionali, il peso politico nei palazzi del calcio mondiale.
Se la partita si gioca anche fuori dal campo, la Federcalcio italiana non può permettersi di restare spettatrice. Serve una figura capace di incidere nei rapporti internazionali, di costruire consenso, di essere ascoltata. In questo senso, i nomi che circolano — da Giovanni Malagò candidato più accreditato ad Adriano Galliani non completamente defilato — non sono casuali. Rappresentano profili diversi, ma accomunati da una caratteristica fondamentale: il peso politico e relazionale. Non basta più un presidente "sportivo" e tanto meno un ex calciatore, seppure affascinante. Serve un presidente politico, nel senso più concreto del termine. Uno che sappia muoversi nei corridoi della FIFA con la stessa efficacia con cui si muove nel sistema calcio italiano.
C'è poi un elemento che negli ultimi anni è rimasto sottotraccia, ma che oggi emerge con forza: la Federcalcio italiana ha investito molto più nel rapporto con l'UEFA che con la FIFA. Il presidente uscente Gravina è vicepresidente UEFA, segno di un forte radicamento europeo. Ma questo ha avuto come contraltare un peso specifico più debole al cospetto della FIFA. E gli effetti - a pensarci e... ripensarci - si sono già visti. Basti ricordare la sede dello spareggio contro la Bosnia: assegnata per sorteggio a Zenica, in un contesto oggettivamente disgustoso, con uno stadio inadeguato ai grandi eventi e addirittura privo della goal line technology. Una scelta che ha sollevato perplessità e che difficilmente sarebbe passata inosservata se il peso politico italiano fosse stato diverso. Sono dettagli, certo. Ma nel calcio internazionale i dettagli raccontano gerarchie.
L'illusione è pensare che tutto si decida sul terreno di gioco. La realtà è che, in situazioni come questa, il campo è solo una parte della partita. Se l'Iran dovesse davvero tirarsi indietro, la scelta del sostituto sarà il risultato di una combinazione di fattori: merito, opportunità, equilibrio. Ma soprattutto relazioni personalizzate dal nuovo presidente della Federcalcio italiana, che sia Malagò o Galliani o un nome a sorpresa. Chiunque, insomma, abbia le password giuste per la diplomazia internazionale.
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