22 Apr, 2026 - 11:30

"Il caso 137": l'etica degli organi di polizia messa sotto indagine nel nuovo film di Dominik Moll

"Il caso 137": l'etica degli organi di polizia messa sotto indagine nel nuovo film di Dominik Moll

In ogni sistema democratico che si rispetti è previsto un corpo di polizia composto da agenti onesti, che agiscano al di sopra delle parti, nell’interesse del bene comune. Questo almeno è ciò che ci si dovrebbe aspettare da una nazione civile; ma la totale assenza di corruzione morale tra gli uomini è possibile? Se è vero che ogni essere umano è un’isola, governata dalla propria interiorità e dalla percezione soggettiva della realtà, si può aspirare davvero a un regime eticamente corretto? Forse, ahimè, questa rimarrà per sempre un’utopia, eppure l’abuso di potere da parte degli individui che indossano una divisa come garanti della legge ha una percentuale troppo alta per considerarla soltanto una semplice variabile umana. 

La brutalità della polizia è un fatto, un dato certo di cui abbiamo prova inequivocabile dai casi di cronaca più crudi e violenti. E non è una coincidenza che le aggressioni peggiori avvengano spesso nel contesto delle manifestazioni che hanno luogo in pubblica piazza. Che sia anche la paura a governare le reazioni feroci è plausibile, ma le punizioni corporali, di sovente perpetrate ai danni dei manifestanti, sono eccessivamente distruttive per trovare una scusante nell’istinto di autoconservazione.

Alcuni degli episodi più gravi avvenuti nel nostro Paese risalgono a luglio del 2001, durante il G8 di Genova. Centinaia furono i pestaggi subiti dai no-global da parte delle forze dell’ordine e finanche dei giornalisti della Rai furono picchiati e presi a calci mentre stavano svolgendo il loro lavoro, documentando le giornate di protesta. Carlo Giuliani, un ragazzo di appena 23 anni, fu ucciso da un colpo di pistola, sparato dal carabiniere Mario Placanica. La vicenda fu assai controversa e a tutt’oggi non trova pace in una ricostruzione coerente: emersero parecchie incongruenze tra le testimonianze e i rilevamenti delle prove a favore della tesi di autodifesa. Ma l’aspetto peggiore è che Placanica non affrontò mai un processo, perché un giudice preliminare accolse la richiesta di archiviazione, benché le circostanze fossero troppo torbide per non essere sottoposte al vaglio di un’indagine più approfondita. 

Ed è qui che lo Stato si intreccia con il sistema giuridico, in uno sposalizio benedetto dalla corruzione. Basti pensare a Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Stefano Cucchi, Riccardo Magherini e allo stesso Giuliani, tutti morti per mano di agenti delle forze dell’ordine, che non hanno mai avuto giustizia, neanche nei casi in cui ci sono state delle sentenze di colpevolezza, perché le condanne furono inadeguate. 

Tra la fine del 2018 e marzo del 2019, il movimento dei gilet gialli, nato in Francia dopo l’annuncio da parte del Presidente del Consiglio Emmanuel Macron degli aumenti sulle tasse del carburante, organizzò cortei settimanali e blocchi stradali in segno di opposizione. L’obiettivo era quello di ottenere un abbassamento dei rincari, poi effettivamente raggiunto, ma pagandolo a caro prezzo con moltissimi feriti. Durante le proteste furono centinaia le persone colpite dall’uso eccessivo della forza dei poliziotti e a decine quelle che subirono delle mutilazioni permanenti legate allo sparo di proiettili di gomma (LBD). Al punto da attirare l’attenzione di organizzazioni umanitarie, ad esempio Amnesty International.

Il regista tedesco, naturalizzato francese, Dominik Moll, per seguire ancora la scia dell’indagine poliziesca come misura della morale e dell’etica, ha scritto la sceneggiatura del suo nuovo film, intitolato Il caso 137, insieme allo sceneggiatore Gilles Marchand. Difatti Moll è ritornato sul grande schermo a distanza di tre anni dalla pellicola La notte del 12, che segue il drammatico omicidio di una ragazza bruciata viva in strada.

Il caso 137 prende ispirazione dalle vicende dei gilet gialli e vede protagonista Stephanie Bertrand (Léa Drucker), una detective dell’ispettorato generale della Police nationale, che indaga e vigila la condotta della polizia francese. Stephanie sta lavorando al caso di Guillaume Girard (Côme Péronnet), un giovanissimo gilet giallo che, in occasione di una manifestazione, nel tardo pomeriggio dell’8 dicembre 2018, è stato colpito da un proiettile LBD, sparato da un agente. Guillame ha riportato delle lesioni gravissime al cranio, con conseguenze permanenti sul suo stato di salute, e ora la sua famiglia pretende giustizia.

L’ultimo lungometraggio di Dominik Moll si sviluppa in modo chirurgico, con la precisione e la freddezza di un’operazione a cuore aperto. Il focus centrale è la ricostruzione dei fatti, non c’è spazio per sentimentalismi e consolazioni narrative. C’è l’inchiesta, cruda, lineare, schematica, a dettare i tempi di un film che appare quasi come un documentario. Neppure il finale ci regala un piccolo sollievo, l’ingiustizia si abbatte implacabile per ricordarci come l’immorale depravazione della violenza sia giustificata e protetta all’interno degli organi della pubblica (in)sicurezza.

L’unica cosa in cui difetta quest’opera è la scarsità di pathos: manca la pancia, mancano le viscere pulsanti, il fegato ingrossato, i nervi tesi, la bocca asciutta e la gola assetata. Non che il messaggio non arrivi chiaro, io stessa mi sono ritrovata a pugni stretti, a digrignare i denti. Ho sentito però la mancanza di un po’ di filosofia accorata. 3,7 stelle su 5.

 

LEGGI ANCHE
LASCIA UN COMMENTO

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.
I campi obbligatori sono contrassegnati con *

Sto inviando il commento...