Nel 2009 Liliane Bettencourt, azionista di maggioranza dell’azienda cosmetica L’Oréal, si ritrovò al centro di uno scandalo che sconvolse l’opinione pubblica francese. La figlia Françoise Bettencourt Meyers, avuta dal marito, il politico André Bettencourt, nel 2007 accusò e denunciò il fotografo François-Marie Banier per abuso di debolezza ai danni di Liliane, ormai incapace di intendere e di volere.
L’obiettivo di Françoise Bettencourt era quello di porre fine alle continue donazioni economiche che la madre elargiva da anni a Banier, legati da un rapporto d’amicizia decennale. La figlia sosteneva che il fotografo fosse stato da sempre interessato soltanto al patrimonio della famiglia e che non ci fosse alcun tipo di affetto sincero da parte sua, ma che, anzi, alla maniera di un parassita, si stava nutrendo della generosità della mamma, come un verme farebbe con un frutto maturo. Nel corso delle indagini e delle ricostruzioni processuali si stimò che la Bettencourt avesse erogato circa 1,3 miliardi di euro a Banier.
I due si conobbero nel 1987, quando lui le scattò dei ritratti per la rivista culturale Égoïste. Da quel momento rimasero molto uniti, frequentandosi assiduamente, e la loro vicinanza risultò da subito assai ambigua, nonostante l’omosessualità di lui e la vita coniugale di lei. Ebbene, alla morte del coniuge avvenuta nel 2007, Liliane Bettencourt si ritrovò ancora più preda delle mire di François-Marie Banier al punto da spingere la figlia a sporgere denuncia, con l’aiuto del maggiordomo Pascal Bonnefoy, che un paio d’anni dopo registrò di nascosto alcune conversazioni compromettenti avvenute in casa dell’ereditiera.
Le registrazioni dimostrarono l’esistenza di conti correnti esteri, mai dichiarati al fisco, e dei contatti torbidi con figure politiche legate a Sarkozy. Tra il 2009 e il 2010 il caso, fino ad allora coperto da riservatezza, venne reso pubblico alla stampa, mettendo in luce la circonvenzione subita da una delle donne più ricche al mondo. Il processo si concluse nel 2015, con la condanna a tre anni di carcere per Banier, pena sospesa, e al risarcimento di 158 milioni di euro. Nel 2016, in fase d’appello, gli anni di detenzione divennero quattro, ma confermando la pena sospesa.
Liliane Bettencourt, orfana di madre dall’età di cinque anni, crebbe insieme al padre Eugène Schueller, chimico francese, che, dopo aver scoperto il sistema per tingere i capelli, nel 1909 fondò la Société Française de Teintures Inoffensives pour Cheveux (che nel 1939 prese il nome di L’Oréal). Nel 1957 il padre morì e Liliane ereditò il pacchetto azionario di maggioranza, mantenuto sino al suo trapasso, nel settembre del 2017.
Il cineasta francese Thierry Klifa ha scritto la sceneggiatura del suo nuovo lungometraggio, intitolato La donna più ricca del mondo, insieme a Cédric Anger e Jacques Fieschi, prendendo libera ispirazione dall’affaire Bettencourt.
Marianne Farrère (Isabelle Huppert) è l’ereditiera dell’azienda cosmetica più redditizia sul mercato. Dopo l’incontro con il fotografo Pierre-Alain Fantin (Laurent Lafitte), tra i due si svilupperà un controverso rapporto d’amicizia, con conseguenze tragiche.
Il cinema di Klifa si contraddistingue da sempre per un interesse insaziabile nei riguardi dell’intimità nascosta delle personalità appartenenti alle élite dell’alta borghesia, come se con il suo occhio irriverente guardasse nel buco della serratura, cercando la manifestazione degli equilibri più fragili, che trovano massima espressione a porte chiuse. E anche in questo caso non è mancata la ricerca spietata della vulnerabilità, come a voler rendere più umana la sua protagonista, che invece rappresenta un’ermetica figura di potere al femminile.
In La donna più ricca del mondo, il regista si è tenuto ben distante dalla tipica ricostruzione da documentario true crime e dal processo in tribunale. Piuttosto si è concentrato su una rielaborazione narrativa della vicenda, dove il dibattimento penale ha un ruolo secondario, mostrando allo spettatore come anche una persona colta e cresciuta in un contesto privilegiato possa finire preda di un manipolatore truffaldino.
L’aspetto maggiormente controverso della pellicola risulta essere l’ambiguità morale, perché se da un lato il personaggio di Pierre-Alain è a tratti insopportabile, alla fine ci si pone comunque il dubbio che in parte possa essere stato davvero affezionato a Marianne, malgrado il suo narcisismo distruttivo. Ottima l’interpretazione di Isabelle Huppert, che si riconferma una delle migliori attrici del panorama francese. 3,8 stelle su 5.
Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.
I campi obbligatori sono contrassegnati con *