27 Apr, 2026 - 07:00

Haaretz racconta i soldati israeliani che non reggono il peso di Gaza. In Italia non se ne sa niente

Haaretz racconta i soldati israeliani che non reggono il peso di Gaza. In Italia non se ne sa niente

La gerenza è quella piccola sezione obbligatoria per legge che ogni giornale pubblica in fondo alle pagine, in caratteri minuscoli: editore, direttore responsabile, sede legale, proprietà. I padroni veri raramente ci compaiono. Compaiono le holding, le società fiduciarie. I padroni veri si sentono altrove: nelle riunioni di redazione, nella scelta dei titoli, nei pezzi che non vengono scritti. Li potremmo chiamare gli indirizzatori: gente che non possiede il giornale ma lo orienta, che non firma gli editoriali ma li ispira, che non ha un ufficio in redazione ma ha il numero diretto del direttore.

Su Gaza, questa architettura si vede. Da due anni i lettori italiani sono tramortiti dalle opinioni. Pareri di gente che conosce la storia della Striscia come chiunque abbia letto due voci di Wikipedia, ma sa che difendere Israele rientra in un preciso posizionamento politico. Conviene agli inserzionisti, alle relazioni diplomatiche, alle cene giuste. Il giornale non scrive per i lettori: gli bastano i suoi padroni e gli amici invisibili dei suoi padroni.

Eppure basterebbe ascoltare. Copiare, nella peggiore delle ipotesi. Lo fa addirittura un giornale israeliano: il 17 aprile 2026, Haaretz ha pubblicato il pezzo di Tom Levinson, "I Felt I Was a Monster": IDF Soldiers Talk About the "Moral Injury" and the Silence. Fonti con nomi di fantasia: soldati dell'IDF, reduci da Gaza.

Yuval ha trentaquattro anni, fa l'informatico, è cresciuto a Ramat Hasharon nell'area di Tel Aviv. A dicembre 2023 nel sud di Gaza, il suo plotone ha inseguito sagome segnalate da un drone come "sospette". Quando sono arrivati, si è accorto di aver sparato su un anziano e tre ragazzi, forse adolescenti, tutti disarmati. Il comandante di battaglione è sopraggiunto, uno dei suoi ha sputato sui corpi. Yuval ha taciuto. Due giorni dopo l'intervista, è stato ricoverato in reparto psichiatrico. Prima di entrare ha detto a Levinson: «Forse voglio morire, per farla finita. Non mi uccido perché l'ho promesso a mia madre, ma non so per quanto reggo».

Maya, ufficiale di riserva del Corpo Corazzato e studentessa di filosofia, ha assistito all'uccisione di quattro palestinesi e all'umiliazione del quinto sopravvissuto, rinchiuso in una gabbia e poi rilasciato da un agente dello Shin Bet perché era solo un uomo che cercava di tornare a casa. Eitan ha assistito a un'interrogazione in cui un detenuto è stato torturato con fascette di plastica: «Se siamo capaci di fare cose così terribili, cos'altro sta succedendo nelle cantine?» Ran, ufficiale dell'aeronautica, pianificava i raid aerei da Tel Aviv: quando il 18 marzo 2025 Israele ha violato il cessate il fuoco uccidendo centinaia di civili in una notte, diversi piloti hanno chiesto di essere esonerati. L'aeronautica ha accettato, chiedendo il silenzio.

Il nome che cambia tutto

L'esercito israeliano ha rifiutato di chiamare quello che questi soldati portano addosso con il suo nome: "moral injury", lesione morale. Ha scelto "injury of identity", lesione dell'identità. Un ufficiale della salute mentale militare cita a Levinson una frase sentita in riunione con un alto ufficiale: «Possiamo chiamarle lesioni morali? Vogliamo che Channel 14 ci impicchi a un albero?» Channel 14 è l'emittente vicina al premier Benjamin Netanyahu.

Il cambio di nome è politico. "Lesione morale" implica che qualcosa di moralmente sbagliato è avvenuto. "Lesione dell'identità" sposta la responsabilità sul soldato, come se il problema fosse la sua psicologia e non gli ordini eseguiti. Il professor Yossi Levi-Belz dell'Università di Haifa chiede al giornale: «Se riconosciamo che molti soldati soffrono di lesioni morali, come si concilia questo con il cliché dell'esercito più morale del mondo?»

In Italia, nel frattempo, il racconto del conflitto è affidato per il 51% del tempo di parola televisivo a giornalisti e cronisti, per il 20% a esperti di geopolitica: chi sta nella guerra arriva dopo gli ospiti del mondo dell'arte, secondo il rapporto di Cospe e dell'Osservatorio di Pavia. Lo studio Framing Gaza di Media Bias Meter, che ha analizzato 54.449 articoli tra il 7 ottobre 2023 e agosto 2025 su otto testate tra cui il Corriere della Sera, certifica che nel quotidiano milanese il riferimento al 7 ottobre compare 215 volte per ogni menzione del blocco di Gaza. Lo stesso studio annota che il Corriere e Der Spiegel hanno rilanciato la storia dei "bambini decapitati" dopo l'attacco di Hamas, senza verificarla e senza poi correggerla: quella storia ha costruito la cornice dentro cui ogni racconto sulle vittime palestinesi è stato archiviato come propaganda. La bufala non è entrata nel giornale come bufala. È diventata il giornale.

Yehuda è andato in vacanza a Madrid qualche mese dopo Gaza. Al Prado, davanti a un Goya con un uomo impotente e le mani alzate di fronte ai fucili, ha cominciato a piangere senza smettere. Sua moglie ha chiesto cosa fosse successo. Yehuda non ha saputo rispondere.

Quella storia non compare nei giornali italiani. Gli indirizzatori, in fondo alla pagina, in caratteri minuscoli, ringraziano.

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