27 Apr, 2026 - 09:00

Mostro di Firenze, quale secondo livello?

Mostro di Firenze, quale secondo livello?

Otto duplici omicidi ai danni di giovani coppie. Otto delitti che hanno funestato le campagne della provincia fiorentina dal 1968 al 1985. Un bailamme di tesi, interpretazioni, dibattiti, libri scritti. Sentenze contraddittorie, ancora oggi oggetto di tentativi di revisione. Infine, tre individui strani e socialmente emarginati, ormai morti da più di un decennio, ma ancora ricordati dagli studiosi del caso: il contadino di Mercatale Pietro Piacciani, il postino Mario Vanni e il loro conoscente Giancarlo Lotti. 

Lotti e Vanni morirono in carcere, rispettivamente nel 2002 e nel 2009, in quanto condannati per quattro degli otto duplici omicidi. Invece Pacciani, che l’impianto accusatorio considerava come il leader del gruppo criminale, fu condannato all’ergastolo nel 1994, poi assolto nel 1996. Morì da uomo libero in attesa di essere nuovamente processato in concorso con Vanni e Lotti. 

Oggi voglio esaminare criticamente la tesi per cui il mostro di Firenze (fosse o meno Pietro Pacciani aiutato dai suoi presunti scagnozzi) agisse non per appagare un proprio bisogno psichico perverso, alla stregua di tutti i serial killer del pianeta, ma su committenza di qualcuno, quindi sotto pagamento da parte di uno o più psicopatici facoltosi. Tale idea, spesso ricondotta a un fantomatico “secondo livello” criminale, è ancora oggi molto diffusa. Non parliamo soltanto di chiacchiericcio, o di un’illazione che circola sul web, ma di una convinzione che, negli anni, è approdata perfino in ambienti investigativi. Un’interpretazione dei fatti che ha portato all’indagine nei confronti del farmacista Francesco Calamandrei, sospettato di essere il mandante dei delitti e per questo processato nel 2007, e che ha diffuso sospetti sulla figura del gastroenterologo Francesco Narducci, ripescato senza vita nel 1985 dalle acque del lago Trasimeno. Gli accertamenti in merito a entrambe le figure citate non hanno prodotto alcun risultato di rilievo. Ma come nasce l’idea di farmacisti e dottori disposti a sborsare cifre esose al fine di annientare la vita di giovani innamorati? La risposta a questa domanda è complessa. Intanto dobbiamo prendere in considerazione le cosiddette “escissioni”, ovvero i tagli che in alcuni dei delitti il killer ha realizzato presso il pube e il seno delle vittime femminili, con conseguente prelievo delle parti anatomiche. È inevitabile che un simile comportamento, peraltro reiterato, semini il panico nella cittadinanza, e contribuisca al diffondersi di tesi basate più su suggestioni che su dati di fatto. Ad esempio, in molti reputano accertata l’idea per cui le escissioni sarebbero state praticate da una mano professionale, ergo da individui competenti in fatto di anatomia e medicina. Tuttavia gli accertamenti svolti sui cadaveri da parte del medico legale Mauro Maurri, e da altri luminari del settore, relativizzano questa visione, e disegnano un quadro in cui, anche in considerazione della superficie ridotta delle parti asportate, ogni considerazione sulla perizia medica dell’assassino non può che tradursi in un azzardo. È un dato che non possiamo porre come certo. Una ipotesi tra le ipotesi. Aggiungiamo che l’arma da taglio impiegata per le escissioni, esattamente come la pistola calibro 22 usata nei delitti, non è mai stata rinvenuta. Questo pone un ulteriore problema interpretativo, dato che ignoriamo la struttura di tale oggetto. Non sappiamo, ad esempio, quanto fossero affilati i suoi margini taglienti. Se si fosse trattato di una lama particolarmente acuminata, è plausibile che ciò basti a spiegare la nettezza dei tagli sui cadaveri, senza il bisogno di ipotizzare una pregressa conoscenza (o addirittura una pregressa carriera) chirurgica dell’omicida. 

Purtroppo anche al di fuori dell’ambito prettamente anatomico, le suggestioni si sprecano. In molti guardano con diffidenza al conto in banca di Pietro Pacciani, che nel 1996 ammontava a più di 157 milioni di lire. Troppa ricchezza per un semplice contadino con la fedina penale compromessa, si sostiene da più parti. È possibile che parte del denaro sia stato ceduto a Pacciani da coloro che hanno commissionato il delitto? Sì, è possibile, ma non probabile. Dobbiamo infatti considerare che tra le caratteristiche precipue dell’uomo, riconosciute da tutti coloro che lo hanno frequentato, primeggiavano l’inclinazione all’ira e l’avarizia. Non a caso era soprannominato “Il Vampa”. 

Pietro Pacciani era un risparmiatore compulsivo, oltre che un accumulatore seriale. Concedeva pochissimo a sé stesso, e nulla alla moglie e alle figlie, le quali sarebbero state a più riprese costrette a mangiare cibo per cani pur di non gravare sul bilancio di famiglia. Purtroppo ignoriamo come Pacciani abbia trascorso gran parte della sua vita da uomo libero. All’inizio degli anni ‘50 venne condannato per aver ucciso l’amante della propria fidanzata, e nel 1987 per i maltrattamenti contro la moglie e le violenze sessuali contro le figlie. Per il resto, non possiamo escludere che “Il Vampa” abbia compiuto ulteriori reati, meno gravi dell’omicidio, che potrebbero avergli permesso di accumulare ricchezze. Infine, è fondamentale ricordare che i beni bancari a cui ci riferiamo erano quasi tutti contenuti in buoni postali fruttiferi, un metodo d’investimento oggi ben poco redditizio, ma all’epoca assai diffuso anche tra gli strati più bassi della popolazione, spesso foriero di guadagni sostanziosi. 

Il benessere finanziario di Pacciani, seppur superiore a quello di altri contadini suoi contemporanei, non ci può quindi indurre a concludere con sicurezza che qualcuno gli abbia versato denaro liquido per compiere i delitti e asportare le parti del corpo. È peraltro la stessa successione degli omicidi a scoraggiare questa idea. La pratica delle escissioni appare per la prima volta solo nel delitto di Calenzano del giugno 1981. Dopo essere stata uccisa, alla povera Carmela De Nuccio venne asportata una porzione del pube. Lo stesso trattamento, con qualche variazione, venne riservato nell’ottobre dello stesso anno a Susanna Cambi. Poi a Pia Rontini nel 1984 e a Nadine Mauriot nel 1985. Nel primo delitto (1968) non troviamo neanche l’impiego dell’arma da taglio, e in quello del 1974 il coltello viene usato solo per puntellare ed “esplorare” il corpo della vittima femminile, non per prelevarne dei pezzi. Rivolgo una domanda a tutti i lettori: vi pare plausibile che un gruppo di medici o uomini facoltosi abbia pagato per più di un decennio Pacciani e i suoi amici al fine di ottenere parti anatomiche da usare per scopi perversi o per rituali satanici? Se avete risposto di sì, allora dovete accogliere l’idea per cui dal 1968 al 1981 tali pagamenti sarebbero andati a vuoto, non avrebbero sortito il loro fine. E nonostante questo, i presunti committenti avrebbero continuato a elargire denaro e ad avere fiducia nei supposti esecutori, i quali fallivano più frequentemente di quanto avessero successo. Infatti nel 1982 l’omicida non infierì sul cadavere femminile perché probabilmente non ne ebbe il tempo, ed era in preda all’urgenza di allontanarsi celermente dalla scena del crimine di Baccaiano. Nel 1983 evitò di mettere mano al coltello quando si accorse di aver preso di mira una coppia di maschi, priva dell’elemento femminile che tanto lo ossessionava. 

Credo che questo riepilogo sia utile per la comprensione di un fatto fondamentale: far assurgere le escissioni a paradigma interpretativo dei delitti del mostro di Firenze è un errore di metodo. Le escissioni avvengono solo nella minoranza dei casi, e iniziano tardi. 

A fronte di tutto questo, che cosa ha reso l’intuizione del “secondo livello” così popolare in ambienti sia giornalistici sia investigativi? Cosa resta a sostegno della validità della tesi? Restano le parole del già citato Giancarlo Lotti. 

Accusatore di sé stesso e dei conoscenti Vanni e Pacciani, tra palesi bugie, gravissime omissioni e silenzi prolungati, Lotti arrivò a sostenere di essere stato presente durante lo scambio di un “feticcio” tra Mario Vanni e un non meglio precisato dottore. Ma, incoraggiato a fornire maggiori dettagli a proposito della consegna, l’uomo risprofondò in quel mutismo selettivo che caratterizza le udienze a cui prese parte, ogniqualvolta si affrontavano argomenti che Lotti non aveva piacere di trattare. 

Le ragioni che spinsero il “supertestimone” a raccontare questa e molte altre menzogne sono ancora oggi al centro di un fitto dibattito. La tesi maggioritaria, tra gli esperti, è che l’uomo sia stato manipolato da inquirenti e magistrati per via della sua scarsa intelligenza, e che ogni sua parola sia stata pilotata al fine di irrobustire l’impianto probatorio contro Pacciani. Una tesi minoritaria, ma altrettanto ben argomentata, è quella che vede le responsabilità di Lotti negli omicidi come maggiore rispetto a quanto finora ipotizzato: non un semplice palo, o il mero accompagnatore di Pietro Pacciani, ma un crudele e freddo assassino che punta il dito contro i suoi amici nella speranza di farla franca. Negli ultimi anni questa idea è portata avanti dal divulgatore Antonio Segnini. Al di là di come la si pensi, vale la pena di consultare le sue ricerche e i suoi approfondimenti, svolti con grande precisione e con autentica conoscenza dei fatti.  

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