27 Apr, 2026 - 10:15

Inter, scudetto e silenzi: cosa c’è dietro le designazioni arbitrali?

Inter, scudetto e silenzi: cosa c’è dietro le designazioni arbitrali?

La Gazzetta titola già "Inter è tuo (lo scudetto)", anche se mancano ancora tre punti e qualcos'altro. In tv si arringa di calcio brutto, anzi bruttissimo: ovviamente quello di Allegri, come se il Milan avesse giocato da solo anziché contro la Juve di Spalletti. Peraltro un biglietto di curva a San Siro costava 139 euro, che ci sarebbe davvero da indagare per "frode sportiva". A proposito: parliamo dell'indagine sul designatore arbitrale Rocchi, o facciamo finta di nulla secondo tentativo (malcelato) dei salotti del calcio che conta?

Prima di entrare nel merito del caso, serve una premessa essenziale: giustizia ordinaria e giustizia sportiva non funzionano allo stesso modo. Nel procedimento penale vale la presunzione di innocenza e l'accusa deve dimostrare la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. Nel processo sportivo, invece, non si richiede la certezza penale, ma un "confortevole convincimento" fondato su elementi gravi, precisi e concordanti. È una distinzione decisiva, perché ciò che in sede penale può non bastare per una condanna, in sede sportiva può comunque assumere rilievo disciplinare.

Dentro questa cornice va seguita l'evoluzione dell'indagine del pm Maurizio Ascione della Procura di Milano. Il punto più discusso riguarda le designazioni arbitrali (Colombo "gradito" e Doveri "poco gradito") dell'aprile 2025. Secondo l'impostazione accusatoria, quelle scelte sarebbero state collegate alla volontà di offrire poi all'Inter nessuno spunto di recriminazione. Il nodo, però, è anche linguistico. Compaiono parole pesanti: "poco gradito", riferito a Doveri, e il verbo che nel documento viene letto come "combinava" o "schermava". Due termini diversi, ma entrambi delicati. "Combinava" evoca l'idea di un accordo, di una designazione orientata. "Schermava", invece, suggerisce una funzione di copertura: Doveri, arbitro indicato come non gradito, sarebbe stato designato in quella gara per rendere più sostenibile l'eventuale scelta successiva di arbitri diversi.

È su questo terreno che la vicenda assume una portata sportiva oltre che giudiziaria. Perché se la giustizia ordinaria dovrà verificare l'eventuale sussistenza di reati secondo le regole del processo penale, la giustizia sportiva dovrà valutare gli stessi fatti sotto il profilo della lealtà, della correttezza e dell'alterazione anche potenziale della regolarità delle competizioni. E lo farà, eventualmente, anche attribuendo alle intercettazioni e agli atti d'indagine un peso diverso rispetto al processo ordinario. Qui entra in scena la memoria. Nel 2006, durante Calciopoli, il fronte emotivo era capovolto rispetto a oggi: larga parte del tifo interista leggeva le carte con atteggiamento colpevolista verso la Juventus, mentre molti juventini rivendicavano garantismo e meriti dal campo. Oggi il meccanismo sembra essersi rovesciato: interisti innocentisti, juventini colpevolisti. Il punto non è se avessero ragione gli uni o oggi abbiano ragione gli altri. È raccontare, anche con ironia, questa dicotomia variabile del tifo: garantisti quando riguarda la propria squadra, inflessibili con quella degli altri. Una specie di "giustizia elastica da ultrà", che cambia colore a seconda della maglia coinvolta.

Uno che ha vestito entrambe le maglie, ovviamente in epoche diverse, cioè Beppe Marotta attuale presidente dell'Inter è sembrato assai provato dalla tensione, quando nel prepartita domenicale ha respinto ogni sospetto: "Abbiamo appreso tutto dalla stampa. Le dichiarazioni e i comunicati che sono usciti ci meravigliano. Non abbiamo mai avuto liste di arbitri graditi o sgraditi". Ed ha poi aggiunto: "Abbiamo sempre agito con la massima correttezza, per questo voglio tranquillizzare tutti i tifosi". Alla domanda sul presunto incontro con Rocchi, collegato secondo la Procura all'ipotesi di una richiesta di designazione di un arbitro "gradito", Marotta ha risposto: "Sono sorpreso, non dico non ricordo, non trovo un collegamento, non mi addentro ulteriormente. Ripeto, abbiamo agito con la massima correttezza".

Il contrasto è evidente. Da un lato, l'impostazione accusatoria parla di arbitri "graditi" e "poco graditi", inserendo Colombo e Doveri in una possibile strategia di designazioni. Dall'altro, l'Inter nega categoricamente l'esistenza di liste arbitrali e rivendica la propria estraneità. La cautela, però, è obbligatoria, anche senza anticipare sentenze o sostituirsi ai giudici. Cautela, dunque. Ma specificando agli smemorati del 2006 che, pur restando nel perimetro delle carte, degli atti disponibili, delle parole pronunciate e delle intercettazioni, il loro valore potrà essere diverso davanti alla giustizia ordinaria e quella sportiva.

In sede ordinaria nessuno può essere considerato colpevole prima di un accertamento definitivo. Ma nel mondo sportivo il piano cambia: non sempre serve una prova penale piena perché un comportamento possa essere valutato come disciplinarmente rilevante. Ed è proprio questa doppia prospettiva — presunzione di innocenza nel penale, "confortevole convincimento" nel giudizio sportivo — a rendere il caso Rocchi così delicato. Perché qui non si discute solo di una designazione arbitrale, ma del confine tra responsabilità penale, responsabilità sportiva, valore delle intercettazioni e credibilità del sistema calcio. E non c'è nulla di poetico nel rimembrare, ma le parole in rima "designazioni-intercettazioni" c'erano anche nel 2006...

 

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