02 May, 2026 - 13:23

“Dov’è Rocchi?”. Anche questa volta trionferà il daltonismo della giustizia sportiva?

“Dov’è Rocchi?”. Anche questa volta trionferà il daltonismo della giustizia sportiva?

In principio, dopo l’ennesimo arbitraggio (soprattutto al var) insensato, fu una giacchetta tirata via e un urlo nella notte dell’Olimpico. Ma molti, quelli che non seguono il calcio con la sciarpa della squadra del cuore come una benda sugli occhi, avevano capito tutto.

C’è una cifra stilistica che attraversa, come un filo carsico, le vicende più controverse del calcio italiano, una sorta di “daltonismo giudicante”. Non l’incapacità di distinguere molto banalmente il bene dal male, ma quella, ben più sottile e manipolativa, di applicare criteri cromatico-ideologici diversi a situazioni analoghe. Un sistema che, a seconda dei contesti, sembra vedere “a tinte differenti” laddove i contorni restano sorprendentemente simili o peggio.

Questo daltonismo, va detto, non riguarda soltanto gli organi disciplinari. Una forma più sistemica e “camaleontica”, quasi fisiologica in questo Paese, si riscontra anche nel racconto mediatico. Da decenni, una parte significativa dell’informazione sportiva tende a muoversi lungo direttrici narrative piuttosto univoche, dove l’interpretazione unilaterale dei fatti finisce per precedere e mistificare i fatti stessi. Qui il fenomeno è, entro certi limiti, comprensibile: si tratta di scelte editoriali, di linee socio-culturali, talvolta persino di un odio ideale probabilmente insanabile. Dunque priva di neutralità e deontologia, ma pienamente legittima, addirittura umanamente comprensibile. Il problema nasce quando questa inclinazione si riflette, o sembra riflettersi, anche nei luoghi deputati al giudizio.

Le recenti vicende, che evocano inevitabilmente il fantasma (quello, veramente irrisolto, anzichenò sempre meno chiaro a distanza di 20 anni!) di Calciopoli, riportano al centro del dibattito pubblico una domanda che sembra non avere mai risposta: perché alcuni fenomeni emergono per qualcuno solo quando diventano macroscopici? E, soprattutto, perché fino ad oggi sembravano non esistere? Eppure in questi anni la casistica legata a certi club (che guarda caso negli ultimi 6 anni hanno costituito il modello vincente del calcio italiano) è lunga e corposa: dalle dinamiche giudiziarie legate ai rapporti opachi tra società e frange estreme del tifo organizzato gestito da infiltrazioni criminali, le vittorie festeggiate insieme a loro e le ombre sugli affari dei biglietti, i passaporti falsi del passato, le operazioni finanziarie controverse dei precedenti proprietari in bancarotta e perseguiti giudiziariamente nei paesi di origine, la misteriosa “dismissione” Covisoc all’interno della Figc che doveva vigilare sull’impossibilità di iscriversi ai campionati, situazioni debitorie inconcepibili, plusvalenze fittizie. Eppure tutto questo costituisce da anni un patrimonio informativo diffuso, noto agli addetti ai lavori e, spesso, anche all’opinione pubblica.

Tuttavia la risposta giudicante e istituzionale appare discontinua e a fasi alterne. In alcuni casi, la macchina disciplinare si muove con una rapidità quasi chirurgica; in altri, prevale una “strana” cautela che sfiora l’inerzia. Si invoca, giustamente, la presunzione di innocenza. Ma qui si dipana il nodo: perché questo principio, sacrosanto in uno Stato di diritto, sembra essere applicato con maggiore zelo in certe circostanze rispetto ad altre?

Il paradosso emerge con forza se si guarda al passato. Proprio in Calciopoli, molte delle responsabilità emerse non si tradussero in pieno accertamento giudiziario per via della prescrizione. Un esito tecnico, certo, ma che non cancellava la sostanza dei fatti. E tuttavia, all’epoca, la giustizia sportiva intervenne per alcuni con decisione, anticipando e in parte sostituendosi a quella ordinaria, in nome della tutela del sistema.

Oggi, ancora una volta, alla notizia delle riunioni carbonare nella pancia di san siro e di accordi per arbitri graditi, si ha l’impressione di una prudenza selettiva. Le ombre che riguardano alcuni attori vengono avvolte in una nebbia di garantismo che, più che equilibrio giuridico, appare talvolta come sospensione del giudizio stesso. A questo punto è d’obbligo interrogarsi sulla coerenza dell’azione disciplinare: il garantismo è un principio o uno strumento?

In questo quadro, le parole del ministro Abodi assumono un peso specifico decisivo. “C’è solo un modo per tutelare il sistema sportivo in tutte le sue articolazioni e rispettare i tifosi, gli appassionati e gli innamorati dello sport, a partire dal calcio: trasparenza, tempestività e parità di trattamento quando si affrontano ipotesi di inosservanza delle norme sportive, tanto più quando hanno possibili risvolti penali. E farlo sempre e con chiunque!” L’invito a fare pulizia, chiarezza tempestiva e parità di trattamento per chiunque non è soltanto un auspicio morale, ma una richiesta formale, imprescindibile, di riallineamento istituzionale per una democrazia che ambisce ad essere moderna ed esente da condizionamenti anomali e torbidi. Pulizia, in questo contesto, significa eliminare ogni zona d’ombra procedurale e funzionale; la chiarezza implica la definizione di criteri uniformi, capaci di sottrarre il sistema federale autocratico al sospetto di arbitrarietà e ancor peggio di mancanza di terzietà.

Il rischio, altrimenti, è quello di consolidare una percezione già diffusa: che la giustizia sportiva non sia cieca come vorrebbe sembrare, ma selettivamente ed inquietantemente daltonica. Che distingua non in base ai fatti, ma al contesto, al peso specifico degli attori coinvolti, alla sostenibilità politica delle decisioni.

E qui il calcio torna a essere, inevitabilmente, una questione che trascende lo sport. Perché laddove la regola appare flessibile ad intermittenza, la fiducia si erode. E senza fiducia istituzionale e giudiziaria, anche il più potente degli strumenti identitari come sa essere il calcio in Italia perde completamente significato essenziale.

Se questa traiettoria non verrà corretta, ora e subito, attraverso un serio, radicale commissariamento delle istituzioni calcistiche, il pericolo è di scivolare dal sospetto alla certezza. Perché, a lungo andare, diventa impossibile non cogliere una stonatura storica; alcune società sembrano attraversare gli scandali giudiziari come corpi impermeabili, appena sfiorati da responsabilità che altrove diventerebbero macigni. E nel frattempo si celebrano vittorie che per quanto artatamente rivestite di una narrazione di purezza e valore, più che convincere gli appassionati finiscono per apparire come un racconto fiabesco sempre più ridicolo.

Certamente reazioni assurde come la rincorsa incomprensibile della presidenza della Lega serie A che ha commentato a caldissimo (con il capo di arbitri e var autosospesi perche’ indagati penalmente per frode sportiva ): ”non è in dubbio la regolarità dei campionati” non aiuta a rasserenare le valutazioni e i pensieri dello spettatore neutrale si fanno sempre più limacciosi.  Conoscono cose che nessuno sa? Di cosa hanno paura? 

Perché se tutto questo dovesse reiterarsi, il problema non sarà più solo sportivo, ma culturale ed identitario nazionale. Quando l’eccezione diventa consuetudine e la coerenza decisionale un optional, il confine tra legittimità e autoassoluzione ambigua si assottiglia fino a diventare, inevitabilmente, oggetto di ironia diffusa ed incontrovertibile. E forse allora il processo sarà irreversibile, il calcio smetterà definitivamente di essere una “industria” credibile come lo è da sempre, e inizierà irrimediabilmente a essere tollerato come un basico e probabilmente inutile passatempo da bar.

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