Inter con Kimi Antonelli e Jannick Sinner: "Che triplette" ha titolato il Corsport sintetizzando F1, tennis e il ventunesimo scudetto. E con un tocco di raffinatezza storica. Il triplete da sogno rimane quello di Mourinho nel 2010, con Chivu come allievo. Il triplete da incubo quello mancato un anno fa, con Simone Inzaghi predecessore appunto di Chivu.
"Estasi" per Tuttosport, "21 di gloria" per la Gazzetta, "Grande festa" in prima pagina sul Corsera, "Capolavoro" per QS, "La più forte" per la Repubblica e "Inter d'Italia" per La Stampa. I titoli sono efficaci, d'impatto, emozionali. E per una felice assonanza, anche gli scudetti si definiscono "titoli". Quindi vanno raccontati per emozionare e ricordare, esultare e celebrare. Almeno all'inizio è così. Poi però subentra l'analisi più a freddo, con una parola troppo lunga e complessa per comparire in un qualsiasi titolo: programmazione.
Lo scudetto numero 21 dell'Inter non è figlio del caso, né di un allineamento astrale o di un favore arbitrale. È il capolavoro di una macchina perfetta che, dopo la finale di Champions persa e un Mondiale per Club anonimo, molti immaginavano (gli stessi tifosi interisti temevano) da rinchiudere in garage o ancor peggio da rottamare. Invece, il ciclo non solo continua, ma si rigenera con una forza d'urto impressionante.
Tutto (ri)parte da una scelta coraggiosa: affidare la panchina a Cristian Chivu. Frettolosamente definito "inesperto" anziché "predestinato", Chivu ha risposto con i fatti e con il destino che gli ha offerto la coincidenza di festeggiare il titolo proprio contro il suo trampolino passato, il Parma.
I numeri della classifica a tre giornate dalla fine parlano chiaro: 82 gol segnati. Per capire l'abisso tecnico scavato dall'Inter, basta guardare le altre. Il Napoli, secondo, a quota 52: trenta gol in meno (trenta!). Il Milan ne ha segnati 48, la Juventus 58. Persino il sorprendente Como, con i suoi 59 gol, appare come un'utilitaria accanto a una Formula 1. Questa Inter ha letteralmente "asfaltato" il campionato con una propensione offensiva senza eguali.
Dietro le quinte, la regia è stata magistrale. Beppe Marotta appunta sul petto la sua decima conquista: una "stella" personale da dirigente che racconta una saggezza gestionale fuori dal comune. Al suo fianco, Piero Ausilio ha ribadito come si fa mercato con intelligenza e tempismo. L'emblema è Akanji, prelevato allo sprint del mercato estivo. Il difensore svizzero ha portato autorevolezza, eclettismo e una duttilità che lo ha reso il miglior colpo qualità-prezzo della stagione. La rinascita è passata dai piedi dei "gemelli del gol". Lautaro e Thuram hanno dominato la classifica marcatori chiudendo al primo e secondo posto. Una simbiosi tecnica alimentata dai giri contati di un Federico Dimarco da record: 18 assist, dato che certifica la sua evoluzione in esterno totale, capace di incidere per tutti i 90 minuti. E poi c'è la riscoperta di Piotr Zielinski. Arrivato tra i dubbi di chi lo considerava un "parametro zero" a fine corsa, il polacco è stato fondamentale per rimpiazzare Calhanoglu o Mkhitaryan. Ha giocato e segnato da protagonista, tornando vivo e vivace come mai era successo l'anno scorso, quando sembrava affievolito sia dagli infortuni che dalla scarsa considerazione di Inzaghi.
Ecco: da Inzaghi a Chivu. Ma non è ancora il momento del confronto fra allenatori. Piuttosto, il confronto con le altre, certificato dalla classifica. Con l'Inter a 82 punti, il Napoli arranca a 70, il Milan a 67 e la Juve a 65. Squadre che, a turno, hanno solo lievemente impensierito la capolista per poi arrendersi ai propri limiti strutturali. Il crollo del Milan nel girone di ritorno e l'incapacità della Juventus di battere persino il Verona già retrocesso sono le istantanee di una resa incondizionata.
Certo, resta la sottolineatura di stima per la Champions League sprecata con il Bodo Glimt. Rimane un neo: questa Inter, per rosa e maturità, doveva fare almeno un turno in più. Ma l'Europa vive di episodi; il campionato di costanza. E qui l'Inter è stata regina assoluta, ereditando una significativa continuità storica: dal 2021 i nerazzurri hanno vinto tre scudetti su sei e con l'alternanza Napoli-Inter-Napoli-Inter degli ultimi quattro anni il calcio italiano ha ufficialmente trovato una rivalità nuova, che imbarazza Juventus, Milan e anche Roma.
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