19
Chiudere i negozi durante i giorni festivi per migliorare la qualità di vita dei lavoratori e garantire loro il diritto al riposo: è questa la proposta di legge che, nei giorni del frenetico shopping natalizio, ha acceso il dibattito in commissione attività produttive alla Camera. Il provvedimento, firmato dai deputati Giovine e Bignami (Fratelli d'Italia), punta a superare la liberalizzazione degli orari e dei giorni di apertura delle attività commerciali, introdotta nel 2012 dall'allora governo Monti.
[advBanner]I giorni interessati dalla chiusura forzata sarebbero, secondo il provvedimento, Natale, Santo Stefano, Capodanno, Pasqua, Primo Maggio e Ferragosto. Esentati dall’obbligo di stop, invece, cinema, bar, ristoranti, gelaterie e attività presenti in stazioni, aeroporti, porti e aree di servizio stradali.
[advBanner]Presentata nei giorni scorsi, la proposta di FdI di chiudere i negozi durante i giorni festivi non è stata accolta da un generale favore.
[advBanner]Diverse associazioni di categoria, tra cui Confesercenti, hanno infatti sottolineato come una simile misura rischi di favorire ulteriormente i colossi online a scapito dei piccoli e medi imprenditori, su cui già grava il peso di una competizione impari che, negli ultimi dieci anni, ha portato alla chiusura di oltre 100mila attività commerciali del Paese e alla drastica diminuzione del numero di nuove iniziative imprenditoriali.
[advBanner]Ma quali effetti ha avuto la liberalizzazione delle aperture commerciali sul tessuto produttivo italiano? Lo spiega a Tag24 Mauro Bussoni, segretario generale di Confesercenti, ripercorrendo quanto accaduto nell'ultimo decennio:
[advBanner]«Tredici anni fa, il governo Monti avviò la liberalizzazione degli orari e dei giorni di apertura delle attività commerciali. L’obiettivo dichiarato fu quello di aumentare l’occupazione, garantire una crescita del Pil e migliorare le condizioni per l’economia.
[advBanner]All’indomani di questa svolta, Confesercenti fu l’unica organizzazione a mettere in campo un’azione decisa, raccogliendo le firme per una proposta di legge di iniziativa popolare per evitare si arrivasse ad aperture eccessive, 24 ore su 24, delle attività commerciali».
[advBanner]Nonostante le diverse iniziative legislative, spiega Bussoni, la liberalizzazione degli orari non è stata più modificata, determinando cambiamenti nelle abitudini dei consumatori e degli imprenditori:
[advBanner]«Negli anni sono state affossate varie proposte di legge, anche da alcune associazioni imprenditoriali, e le cose sono andate avanti nel segno di quella liberalizzazione iniziata nel 2012. I consumatori, nel frattempo, si sono abituati alle attività sempre aperte. Gli imprenditori, in qualche modo, hanno iniziato ad autoregolamentarsi.
[advBanner]L’effetto della liberalizzazione degli orari, tuttavia, è stato quello di trasferire quote di mercato dai piccoli ai grandi, determinando la chiusura, in questi dieci anni, di almeno 140mila attività commerciali».
[advBanner]Secondo Confesercenti, pertanto, la proposta di legge presentata da Fratelli di Italia non incide sui nodi che dovrebbero essere affrontati per ridare slancio al settore del commercio:
[advBanner]«La proposta presentata in questi giorni, con le chiusure obbligatorie in occasione di sei festività, nei fatti non cambia molto la situazione che ho descritto. Il punto, casomai, è che simili obblighi rischierebbero di creare delle situazioni inopportune per le località turistiche, dove le aperture nelle giornate di festa sono cruciali.
[advBanner]Il vero problema, oggi, è quello di creare equilibrio tra le attività commerciali. Esistono troppe sproporzioni tra i piccoli esercizi, le attività online - che spesso operano al di fuori di ogni tipo di regola – e la grande distribuzione, che in questi anni ha drenato importanti quote di mercato a svantaggio dei più piccoli».
[advBanner]Ecco perché Bussoni auspica interventi che, in maniera più decisa, riescano a riequilibrare le distorsioni create dall’arrivo dei colossi dell’e-commerce:
[advBanner]«È in questi squilibri che occorre intervenire, altrimenti rischiamo di avere città vuote e senza servizi. Per questo, come Confesercenti, ci posizioniamo in modo neutro rispetto alla proposta presentata da FdI.
[advBanner]Per noi è prioritario intervenire per garantire la presenza delle attività di vicinato, creando una fiscalità di vantaggio che permetta a queste di essere concorrenziali. Dall’altro lato, bisogna porre delle regole a quanto accade sul web, intervenendo sulla tassazione, sulle promozioni, sulla pubblicità».
[advBanner]Cosa fare, invece, sul fronte della tutela dei lavoratori? Secondo il segretario di Confesercenti occorre garantire i giusti equilibri:
[advBanner]«Si tratta di un fronte da tutelare, ovviamente. Tuttavia è bene considerare che le aperture domenicali o straordinarie sono normalmente praticate dalle attività in grado di gestire una turnazione e garantire il riposo ai dipendenti. Il punto è saper dare i giusti equilibri. Anche perché non è detto che le aperture nei giorni festivi determinino, per tutti gli esercizi, i risultati sperati in termini di produttività e aumento dei consumi».
[advBanner]Il punto cruciale, tuttavia, è per Bussoni riportare al centro dell’attenzione il problema della desertificazione commerciale che sta cancellando le economie dei territori, specialmente quelli più periferici:
«Si tratta di un dramma che denunciamo da tempo. Gli esercizi chiudono e non si aprono più nuove imprese. Il rischio desertificazione, in alcuni settori, è talmente evidente che stiamo rischiando di rimanere senza servizi, specialmente nei piccoli comuni e nelle località minori. I territori stanno perdendo economia.
Dobbiamo fare davvero molta attenzione, perché spostare tutto sul web significa delocalizzare le vendite e impoverire i territori, facendo arrivare i prodotti ma non i servizi. L’interesse dei consumatori lo si fa garantendo la pluralità dal punto di vista dell’offerta, non garantendo un vantaggio sproporzionato ad alcuni e sottraendo a chi ha bisogno. Anche perché, alla fine, i costi di questo impoverimento vengono pagati da noi tutti».