Alla fine, alla prova dei fatti, alla prova del governo, il cavallo di battaglia si sta rivelando il più indomabile: l'immigrazione, il tema per eccellenza, la priorità delle priorità, il primo problema da affrontare nel nome dei sacri confini (copyright Matteo Salvini), si sta rivelando un boomerang per il centrodestra.
L'ultima notizia fresca di giornata è che il governo risulta indagato dalla Corte penale internazionale dell'Aja per "ostacolo all'amministrazione della giustizia ai sensi dell'articolo 70 dello Statuto di Roma". Il fascicolo è stato aperto per la vicenda Almasri.
Ma, prima di Almasri, c'è stata l'Albania. Prima dell'Albania, il naufragio di Cutro. Allora, è una maledizione quella con la quale si ritrovano a che fare Giorgia Meloni & friends?
E dire che puntualmente gli analisti, dopo ogni vittoria elettorale del centrodestra, sostengono che ciò che ha fatto la differenza con i competitor è stata "la carta immigrazione". Quante volte abbiamo sentito dire che "soffiare sopra il fuoco delle paure della gente" è più che mai una garanzia di vittoria?
Il fatto è che una cosa è vincere le elezioni; un'altra è governare; un'altra ancora risolvere i problemi. Così, Giorgia Meloni, a due anni e mezzo dalla conquista di Palazzo Chigi, alzerà gli occhi al cielo e incrocerà le dita ogni qual volta ora sente parlare di immigrazione.
Che poi è un paradosso. Perché l'Italia ha sempre più bisogno di una buona immigrazione. È una necessità della nostra economia che nessuno più, nemmeno a destra, nasconde.
E comunque. La prima volta che Giorgia Meloni da presidente del Consiglio si è accorta che l'immigrazione è un tema per nulla facile da gestire nei suoi mille aspetti è stato in occasione del naufragio di Cutro.
Nella notte tra il 25 e i 26 febbraio 2023, davanti al mare del paese in provincia di Crotone, naufragò un barcone: alla fine, si contarono 94 morti, di cui 34 bambini. Sebbene, secondo alcune testimonianze, fossero in 180 sullo scafo.
Sta di fatto che, davanti a questa tragedia, il ministro Piantedosi, che già a novembre 2022 l'aveva combinata grossa definendo i migranti imbarcati sulle navi delle ong "carico residuale", inaugurò la serie no del centrodestra in tema immigrazione addossando la colpa del naufragio ai migranti stessi, persone incoscienti nel prendere il largo anche a rischio di burrasche. Insomma: alla Stalin, il dittatore sovietico secondo il quale una morte era da considerarsi una catastrofe; migliaia di morti, invece, mera statistica.
Tant'è che a marzo, quando proprio a Cutro il governo celebrò un consiglio dei ministri per inasprire le pene contro i trafficanti, l'esecutivo fu accolto tutt'altro che bene: furono più imbarazzi che altro. Cui contribuì, a dirla tutta, anche il ministro Francesco Lollobrigida
Ecco la risposta del ministro #Lollobrigida ai giornalisti che chiedono chiarimenti sulla tragedia di #Cutro: “le crea frustrazione questa cosa?”.
— Mario Furore (@MarioFurore) March 24, 2023
Sì caro ministro, la vostra incapacità crea frustrazione.
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Dopo Cutro, si fece avanti l'idea che sembrava essere il classico coniglio dal cilindro: i centri in Albania. Tant'è che Giorgia Meloni, in occasione dell'ultima edizione della festa di Atreju, a dicembre scorso, quando tutte le difficoltà del caso erano venute già a galla, ne fece una questione personale in nei termini che ricorda il video di Repubblica:
Anche qui: la partita è quantomeno in salita con i tribunali e le corti d'appello che non convalidano i trasferimenti in attesa di ciò che si deciderà presso la Corte di giustizia europea.
Nel frattempo, però, come se già tutto questo non bastasse, è arrivato il ciclone Almasri. L'arresto del 19 gennaio del responsabile delle torture sui migranti nelle carceri libiche su mandato della Corte penale internazionale; la scarcerazione; il volo di Stato del 21 gennaio. Lui che arriva a casa e stappa una bottiglia anziché stare in carcere
Il governo che non mette il segreto di Stato attorno alla sua vicenda ma che si ingarbuglia ogni giorno di più, l'opposizione che non crede ai suoi occhi, il teatrino di ieri in Parlamento.
Insomma: se fosse un programma della Gialappa's Band, si chiamerebbe "Mai dire immigrazione".
Eppure, tutto questo con un paradosso: l'Italia ha bisogno di una buona politica dell'immigrazione perché non fa più figli e perché già ora tantissime sue aziende faticano a trovare il personale qualificato di cui avrebbero bisogno.
Secondo uno studio della Fondazione Leone Moressa di settembre scorso, il lavoro degli immigrati già vale l'8,8% del Pil italiano (164 miliardi di euro). E lavorano da noi già 2,4 milioni di stranieri versando 4,5 miliardi di Irpef.
Ma non solo: stando a Unioncamere, fino al 2028, in Italia, ci sarà bisogno di 640mila persone di origine straniera rispetto a un fabbisogno complessivo di circa 3 milioni di lavoratori. Si tratta, quindi, del 21% del totale: praticamente, più di un lavoratore su cinque, a cominciare dal settore dell’agricoltura.
Ma il paradosso del paradosso è questo: il decreto legge approvato il 2 ottobre 2024 dal governo Meloni in realtà ha già allargato le maglie dell'immigrazione escludendo da quote e click day le conversioni dei permessi di lavoro da stagionale a subordinato sia a tempo determinato che indeterminato, ad esempio.
Tutto questo, però, sembra proprio che non debba essere sacrificato nel nome della propaganda e di una narrazione da tolleranza zero. Come se fosse preferibile un mi piace in più sui social rispetto a un problema in meno nella realtà: ,maledizione davvero.