Dall’ottobre del 2022 ha avuto inizio la XIX legislatura, il governo presieduto da Giorgia Meloni; una novità nella recente storia repubblicana, per la considerevole durata dello stesso ma anche perché è il primo governo di Destra-Centro: i due partiti maggioritari della coalizione governativa, FdI e Lega hanno posizioni dichiaratamente di destra, mentre la centrista Forza Italia è anche quella con un consenso minore.
Nella Destra italiana, almeno in quella che nasce sulle ceneri del Fascismo, come Movimento Sociale Italiano, poi come Alleanza Nazionale ed infine con Fratelli d’Italia, almeno dagli Anni Settanta è presente un dibattito sulla questione dell’Egemonia culturale, a partire dall’assunto gramsciano che il potere politico si conquista e si mantiene solo se le proprie tesi e il programma di governo che ne deriva diventino parte del patrimonio culturale ed ideologico della maggior parte della popolazione. Il dibattito verte soprattutto su come conquistare e conservare in Italia un’egemonia culturale. Ne parliamo con il prof. Enrico Ferri che insegna Filosofia del Diritto e Storia dei Paesi Islamici all’Unicusano.

D) Professor Ferri, può darci una definizione di “egemonia culturale”? Almeno di quella che oggi è l’esegesi più diffusa di questa formula?
R) Conquistare l’egemonia culturale in un contesto come quello italiano può significare essenzialmente due cose: far si che la maggior parte delle persone si riconosca nelle idee, nei valori, nella visione del mondo e della vita, in altri termini nella Cultura di un certo partito o movimento politico. Questo primo obiettivo è ritenuto la condizione necessaria per trasformare le simpatie ottenute in campo culturale in consenso politico.
D) La nozione di cultura è un pò vaga, in che modo si deve intendere?
R) È la seconda natura dell’uomo che è tale quando si accultura attraverso il linguaggio, la scrittura, la politica, la vita in comune e l’ideazione di varie tecniche come la medicina, l’arte, l’educazione, l’architettura, ecc. Occorre però ricordare che la questione dell’ “egemonia culturale” nasce nel contesto del Novecento, con l’affermarsi di ideologie autoritarie come il Comunismo e il Fascismo, che cercano di regolare tutti gli ambiti della vita di un popolo, dall’economia alla sfera privata.
D) Esiste oggi in Italia una cultura di destra facilmente identificabile e definibile?
R) Esistono varie destre in ambito politico e culturale. In Italia, però, da circa un secolo la destra politica si è identificata con il Fascismo e poi con i suoi epigoni. Basti pensare che per un trentennio il maggiore se non unico partito di destra, il MSI, ha avuto come segretari e classe dirigente ex militanti della Repubblica Sociale Italiana. Una destra liberale è stata sempre minoritaria, fatta eccezione per il partito di Silvio Berlusconi, un liberale sui generis.
D) Quali sono i capisaldi culturali della Destra politica italiana?
R) Gli stessi leaders del partito della Meloni replicano con un certo fastidio quando si chiede loro di chiarire il rapporto che hanno con il Fascismo o perché conservino in simbolo di un partito dichiaratamente neofascista, il MSI, nelle loro bandiere. Sul piano storiografico a destra non si è ancora compiuta una seria revisione critica del periodo fascista e dei decenni caratterizzati da un estremismo neo-fascista che ha avuto risvolti violenti, persino stragisti e terroristici. Ci si limita a prese di distanza superficiali e generiche.
D) Ma lasciando da parte la pur importante questione delle origini storiche e politiche della destra italiana contemporanea, quali sono le sue attuali fondamenta ideologiche?
R) Come appare già dal nome, Fratelli d’Italia, la destra della Meloni si costituisce a partire da un dichiarato nazionalismo, con il rinvio ad una idea di “comunità di sangue”, se così posso esprimermi, di tipo solidaristico come il richiamo ai “fratelli” evidenzia. I vecchi mantra della Destra, il nazionalismo, il comunitarismo e il solidarismo, con rinvii al sociale sono presenti in questa formula. Si definisce e ci si rivolge a una comunità di tipo nazionale con caratteri, o presunti tali, omogenei sul piano etnico, culturale, linguistico e storico. Una comunità chiusa, che accetta membri esterni solo per necessità e con il criterio della cooptazione. Poi ci sono gli ovvi richiami a Dio, alla Famiglia e alla “Civiltà Occidentale”.
D) Tutto questo, però, non ha nulla a che vedere con il razzismo e l’Intolleranza, di cui spesso gli avversari politici accusano la Destra.
R) Oggi nessuno, a destra, sosterrebbe le tesi del Manifesto della Razza del 1938, ma l’idea di una comunità nazionale non differenziata, con una identità che deve essere conservata e tutelata da infiltrazioni e contaminazioni esterne, porta a vedere l’altro, lo straniero, l’immigrato, come un pericolo nell’immediato come nel futuro. La diversità non viene vista come un’opportunità di crescita, di arricchimento, ma come un pericolo per la propria identità. Questo approccio lo ritroviamo costantemente. Ad esempio, nell’ambito relazionale e sessuale: tutto ciò che contrasta con gli irrealistici modelli della destra viene visto come un attentato all’identità delle persone e alle basi della società.
D) Lei considera il modello tradizionale di famiglia fondato su un padre e una madre o la sessualità fra eterosessuali “irrealistici modelli”?
R) Diventano tali se si eleggono a modelli unici ed universali, dimenticando che sono stati e sono solo modelli più diffusi di altri. Sono riferimenti ancora più irrealistici se si considera che spesso con essi si coniuga una certa ostilità per il divorzio, l’interruzione della gravidanza, una sessualità libera, l’eutanasia, cioè con modalità di vita ed atteggiamenti che presuppongono la disponibilità del proprio corpo e della propria sfera relazionale/affettiva.
D) La famiglia tradizionale come la sessualità fra eterosessuali sono parti integranti della cultura cristiana e tradizionale. Non le sembra legittimo che siano rivendicate dalla componente maggioritaria della società italiana?
R) Scegliere la cosiddetta famiglia tradizionale, ritenere il matrimonio indissolubile, vivere una sessualità eterosessuale e proporre queste scelte come un’opzione di vita è del tutto legittimo. Lo diventa meno, a mio avviso, se si vuole impedire agli altri, anche attraverso divieti legislativi, di vivere in modo diverso le proprie relazioni e la propria sessualità. Senza considerare che modelli e stili di vita in ambito familiare e sessuale sono anche e soprattutto il risultato di processi storici e trasformazioni legati a fattori molteplici e non governabili da questo o quel partito e persino da realtà internazionali come, ad esempio, la Chiesa cattolica. Una riprova, per così dire empirica, l’abbiamo se consideriamo che pratiche non tradizionali nella sfera relazionale, familiare, sessuale, ecc. sono diffuse anche negli ambienti della destra politica, a partire dai vertici. Mi sembra inutile portare esempi su fatti di pubblico dominio.
D) Ma la libertà di interagire come meglio si preferisce, tanto in ambito relazionale che sessuale ad una persona di destra è vietato?
R) Assolutamente no, ma il non divieto dovrebbe valere come regola generale, non crede?
D) Lei non ha fatto riferimento ai due capisaldi ideologici della destra italiana, cultura identitaria e sovranismo. Perché?
R) Parlare di identità italiana sarebbe come parlare di gastronomia italiana. Ce ne sono tante, che cambiano a seconda dei contesti storici e geografici, dei ceti sociali, degli orientamenti. Questo vale per la cucina, che cambia a seconda delle regioni, delle epoche, del clima, delle influenze, delle mode, ecc., ma pure per la nostra presunta identità nazionale. Quale è il tratto ricorrente ed “identitario” che troviamo negli italiani? L’identità degli individui e dei popoli è sempre aperta, plurale e in trasformazione. Non è un immutabile cristallo da lucidare e conservare.
D) Come nella cucina dove troviamo piatti con cui molti ci identificano, ad esempio la pasta e la pizza, nell’ambito storico gli italiani sono tali a partire dalla lingua comune e dall’ aver vissuto una storia comune. Non crede?
D) La pasta si ritrova in altri contesti geografici e in Italia è preparata in vari modi, a seconda dei diversi territori. La pizza è un prodotto che nasce in un preciso contesto regionale. La lingua italiana è diventata uno strumento di comunicazione di massa, solo a partire dalla diffusione di media come la radio e la televisione, in epoche storicamente recenti. La storia comune esiste solo se dimentichiamo che l’unità d’Italia è un prodotto storicamente recente, meno di due secoli e che la stessa Destra italiana recrimina di essere stata estromessa per decenni, dopo la fine della seconda guerra mondiale, dallo scenario politico nazionale, con una sorta di damnatio memoriae. Un intellettuale di quest’area, Marco Tarchi, ha descritto la vicenda della destra italiana come quella di “Esuli in patria”, per riprendere il titolo di un suo libro. Una storia comune e condivisa di fatto ancora non esiste. Il cosiddetto sovranismo è solo una riproposizione, con un termine poco elegante, del vecchio nazionalismo.
D) Torniamo alla questione centrale: come si conquista in ambito nazionale un’egemonia culturale?
R) Convincendo la maggioranza della popolazione della bontà, dell’adeguatezza e della fattibilità del proprio modello ideologico/culturale.
D) In che modo si possono ottenere questi risultati?
R) Intervenendo e governando soprattutto quei contesti in cui avviene la formazione e l’informazione delle persone, ad esempio la scuola e i media. Almeno in teoria, perché oggi tanto la formazione che l’informazione avvengono anche e spesso soprattutto attraverso modalità e strutture ingovernabili a livello locale, basti pensare a realtà come Facebook, X, Istagram, Google, ecc. Gli stessi modelli culturali che si impongono hanno origini diverse e spesso sono diffusi a livello globale.
D) Sta dicendo che non ha molto senso porsi il problema dell’egemonia culturale poiché i modelli culturali che si impongono sono il risultato di dinamiche globali ingovernabili?
R) Non proprio, bisogna ricordare che la questione dell’egemonia culturale ha un senso solo se la consideriamo finalizzata alla conquista del consenso politico, a vari livelli. Influenzare anche una parte minoritaria della popolazione “votante” può fare la differenza tanto a livello locale che nazionale. Se ad esempio convinciamo anche solo una parte della cittadinanza che è in atto una vera e propria “invasione” del territorio nazionale di stranieri pronti a tutto per sopravvivere in concorrenza con la popolazione autoctona, riusciremo anche a creare simpatie politiche per quei partiti e movimenti politici che hanno una posizione contraria all’immigrazione, se non strettamente limitata e controllata.
D) In che modo l’attuale governo di destra sta cercando, a suo avviso, di conquistare o porre le basi per la conquista dell’egemonia culturale?
R) “All’italiana”, mi verrebbe da dire con una battuta, cioè mettendo nei posti chiave dei luoghi della formazione e dell’informazione, dalle scuole agli enti culturali, dai musei ai teatri, dalle televisioni al cinema e via dicendo persone “di fiducia”, vicine per simpatie politiche o per convenienza.
D) Una vecchia pratica alla quale la sinistra non è mai stata estranea.
R) Si, ma dalla logica del Manuale Cencelli sembra si sia passati a quella dell’Asso piglia tutto.
D) Ma è poi vero l’assunto gramsciano, declinabile anche da destra, che per conquistare il potere politico bisogna prima conquistare l’egemonia culturale?
R) Fino ad un certo punto. Un dato importante, il più importante per ottenere il consenso politico è l’andamento dell’economia, almeno nel contesto democratico. E questo vale in tutto il cosiddetto Occidente. Un Capo di Stato o un Governo nazionale difficilmente avranno un consenso e saranno confermati se nel loro mandato hanno raggiunto risultati deludenti in ambito economico. Ma i risultati ottenuti sono anche i risultati percepiti attraverso l’informazione mediatica e la propaganda. Realtà e rappresentazione della realtà sono due facce di una stessa medaglia. A volte governare la rappresentazione della realtà, cioè condizionare le opinioni, fa la differenza.
D) Riuscirà la Destra a conquistare l’egemonia culturale in Italia?
R) Gran parte della cosiddetta cultura si forma oggi “a prescindere”, direbbe Totò, da quello che si insegna nelle scuole o si comunica attraverso giornali o media tradizionali come giornali e televisioni, cioè circuiti politicamente condizionabili. Appare difficile conquistare un’egemonia in ambito culturale, una materia assai fluida. L’obiettivo infatti è un altro: confermare i consensi avuti e conquistarne altri, intenti che prescindono dall’egemonia culturale, non certo grazie ad essa la Destra ha ottenuto il governo della Nazione. Per un altro verso, la Destra italiana non ha una vera classe di intellettuali organici. O meglio, è fatta di giornalisti, dal Ministro della Cultura in giù.
D) Lei non sembra tenere in molta considerazione la nostra categoria professionale. Sembra uno stigma ex cathedra il suo.
R) Non ho niente contro i giornalisti, categoria della quale io stesso ho fatto parte. Ma oggi li troviamo ai vertici della politica, nella direzione di enti, musei, istituti di cultura, nelle vesti di storici, antropologi, politologi, psicologi, scienziati, nutrizionisti e quant’altro. Molto spesso la Cultura è ridotta a chiacchere più o meno interessanti e informate, l’egemonia culturale rischia di diventare l’egemonia delle chiacchere.
Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.
I campi obbligatori sono contrassegnati con *