Il 9 ottobre del 2020, Roberta Repetto, 40 anni, è morta a causa di diffuse metastasi presso l’ospedale San Martino di Genova. Due anni prima, sul tavolo di una cucina del centro olistico Anidra di Borzonasca, il medico-chirurgo Paolo Oneda le aveva asportato, senza esame istologico né anestesia, un neo sanguinante che si sarebbe rivelato essere un melanoma, in presenza del presidente Paolo Bendinelli e della vice Paola Dora.
Di recente, la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di condanna a un anno e quattro mesi emessa nei confronti di Oneda per omicidio colposo, rinviando la decisione alla Corte d’Appello. Ha confermato, invece, la sentenza di assoluzione per Bendinelli (condannato a tre anni e quattro mesi in primo grado) “perché il fatto non sussiste”. Una conclusione che la famiglia di Roberta considera assurda.
Rita Repetto, sorella di Roberta e fondatrice dell’Associazione “La pulce nell’orecchio”, è intervenuta a “Fatti di nera”, programma condotto da Sharon Fanello e Gabriele Raho, in onda dal lunedì al venerdì su Cusano Italia Tv (canale 122 del digitale terrestre) e in streaming su Cusano Media Play. “Mia sorella era intelligente, brillante, ricca di talenti, ma fragile, e qualcuno se ne è approfittato”, ha dichiarato.
Spiegando che, quando iniziò a frequentare il centro, nel 2008, Roberta stava affrontando dei problemi di coppia e fu convinta ad iscriversi a dei corsi per la crescita personale. Cominciò così a trascorrere sempre più tempo in compagnia del guru e degli altri membri della comunità, allontanandosi, gradualmente, dalla famiglia e dagli amici. “L’hanno subito valorizzata nei suoi talenti, l’hanno fatta sentire importante”, ha raccontato la sorella.
Fin quando qualcosa non è cambiato. Nei suoi diari, scoperti solo dopo la sua morte, Roberta scriveva di essere costretta a coprire turni estenuanti e ad avere rapporti sessuali con altri membri del gruppo. Pur soffrendo, non ne parlava con i suoi conoscenti: “era stata portata a credere che il dolore facesse parte di una sorta di percorso di espiazione”, al cui termine sarebbe stata meglio.
Nell’ottobre del 2020, il tragico epilogo. Dopo essere stata ricoverata all’ospedale San Martino di Genova su richiesta dei familiari, preoccupati per le sue condizioni di salute, Roberta è morta, nonostante il tentativo dei medici di salvarla, a causa di diffuse metastasi. Aveva 40 anni.
Si sarebbe scoperto solo dopo che il neo che il dottor Oneda le aveva asportato due anni prima sul tavolo della cucina del centro era un melanoma. Se fosse stata sottoposta a una biopsia, la donna avrebbe ricevuto una diagnosi e, probabilmente, si sarebbe salvata.
Nelle motivazioni della sentenza con cui ha confermato l’assoluzione di Bendinelli e rinviato la decisione su Oneda alla Corte d’Appello, la Cassazione scrive che “la donna non era dipendente dal centro”, insinuando che fu lei a scegliere cure alternative. Rispondendo alle domande dei conduttori, la sorella ha però spiegato: “La realtà in cui Roberta era entrata, apparentemente tranquilla e accogliente, è stata definita dalla Procura di Genova e dalle perizie dell’accusa una psico-setta”.
“Sempre secondo l’accusa, Bendinelli avrebbe plagiato mia sorella con subdole tecniche di manipolazione mentale”, ha aggiunto. “Sarebbe stato lui a consigliarle l’intervento, dopo aver effettuato una diagnosi energetica con il suo ‘terzo occhio’. Dalle carte emerge che la sera stessa la lodò di fronte agli altri 'adepti' per il suo coraggio”.
“Da subito, dopo l’operazione, Roberta iniziò ad avere dolori lancinanti. Scrisse ai soggetti coinvolti nella vicenda, ma le risposero di bere delle tisane, fare bagni nel fiume, saune, meditare, mettere del succo di limone sulla ferita. Mia sorella poteva essere salvata”, ha concluso, sottolineando, insieme all’avvocato Paolo Florio, che la assiste nella sua battaglia per la giustizia, l’importanza di denunciare tempestivamente comportamenti simili.