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In un condominio di poche pretese, da qualche parte a New York, un giovane uomo di nome Edward (Sebastian Stan) vive da solo in un piccolo appartamento malconcio. Giusto al centro del soffitto in soggiorno c’è una grossa macchia nera di muffa dalla quale gocciola dell’acqua imbrunita dalla ruggine. E, ironia del caso, la vita di Edward sembra essersi arrugginita come i tubi che passano sopra il suo tetto: vorrebbe fare l’attore, ma la sua carriera non riesce a decollare. Non ha amici, non ha neanche mai baciato una donna, figurarsi se si è perso, lasciandosi andare, affamato di carne e sudore, fra le braccia calde e accoglienti di qualcuna. Con lo sguardo triste e affranto, del tutto disilluso, sembra aver perso ogni speranza di poter cambiare la sua condizione; è come se si sentisse condannato a un’eterna infelicità sulla quale pensa di non possedere alcun potere.
[advBanner]Ma nell’abitazione di fianco alla sua, proprio alla porta accanto, si è appena trasferita Ingrid (Renate Reinsve), una bellissima ragazza gentile che avrà circa la sua stessa età. Ingrid è molto attraente ma, per quanto sia carina, la sua bellezza non è poi così straordinaria. A renderla incantevole e irresistibilmente affascinate sono i suoi modi garbati e la naturalezza con la quale si pone con altri, come se non fosse capace di vederne i difetti, soprattutto quelli estetici. Questo aspetto la rende magnetica, è come se non si riuscisse a staccarle lo sguardo di dosso.
[advBanner]Per Edward essere guardato come tutti gli altri, senza stupore o disgusto, è una sensazione nuova che non ha mai provato prima: sì, perché lui è affetto dalla malattia di von Recklinghausen, una neurofibromatosi che gli deturpa il volto. Il loro rapporto, con rapida naturalezza, comincerà a evolversi, diventando sempre più stretto. Ma all’improvviso, Edward avrà l’occasione di provare una terapia sperimentale che potrebbe fargli avere il viso che ha sempre desiderato, così da poter stravolgere in meglio tutta la sua esistenza. Ma sarà davvero l’apparenza a risollevare le sorti del suo destino?
[advBanner]Non è l’estetica quanto l’atteggiamento, non è la bellezza, ma l’autostima, non è la prestanza fisica, piuttosto la sicurezza di sé. Sembra essere questo il messaggio chiaro e forte che vuole trasmetterci il regista Aaron Schimberg nel suo terzo film intitolato “A Different Man”, di cui ha scritto anche la sceneggiatura. La storia sembra abbastanza semplice: un uomo affetto da una patologia congenita, che lo rende visivamente ripugnante, si ritrova sopraffatto dal peso delle sue aspettative che non riesce a raggiungere, perché non accettato dagli altri a causa della sua esteriorità. Un po’ come il Merrick (esistito davvero nell’800 e soprannominato l’uomo elefante) di Lynch in “The Elephant Man” del 1980. Ma qui è di sicuro ben altra faccenda e “A Different Man” non reggerebbe di certo il confronto in termini di trama e spessore cinematografico. Bisogna però sottolineare che Schimberg non ci ha neanche provato, perché il suo non è un remake del capolavoro di Lynch. È invece una specie di riflessione sulle apparenze a livello sociale e sull'abilità di superarle dinnanzi alle cosiddette figure carismatiche. Perché, da quello che vuole farci vedere il regista, le sorti del nostro successo dipenderebbero in realtà dall'atteggiamento che teniamo con gli altri e dal livello di amor proprio al di là della mostruosità di un corpo.
[advBanner]Il protagonista Edward, interpretato da Sebastian Stan che con questa interpretazione l’anno scorso ha vinto l’Orso D’Oro al Festival di Berlino e nel 2025 un Golden Globe come miglior attore, fallisce nella vita non perché brutto, ma perché incapace di amarsi. Tant’è che la sua esistenza crollerà ancora, anche dopo aver ottenuto un bell’aspetto con una cura sperimentale. E a supporto di questa teoria subentrerà il personaggio dell’antagonista Oswald, interpretato da Adam Pearson, che se pur anche lui affetto da neurofibromatosi conduce un’esistenza straordinaria, acclamato da tutti. Fintamente buono e compassionevole con Edward anche quando finirà in carcere, Oswald è in verità la classica serpe che con una mano ti accarezza e con l’altra ti accoltella. L’unico ad accorgersene però pare essere soltanto il malcapitato protagonista, che vede al di là dei gesti melliflui, della comprensione forzata e dei grandi sorrisi. Devo sottolineare inoltre che il ruolo di Ingrid, rappresentato da Renate Reinsve, benché all’inizio sia piacevole poi diventa insopportabile. L’ho addirittura detestata.
[advBanner]Scenografie, fotografia, colori, abiti di scena, acconciature, tutto di questo film lo fa sembrare ambientato negli anni ’70, ma invece si sviluppa nei giorni nostri. C’è qualcosa in alcuni frame, a livello di immagine, che mi ha vagamente ricordato “American Psycho”, ma non saprei dire bene cosa. E dunque è un buon lungometraggio? Per me no. Eppure la struttura per un’ottima riuscita c’era: il soggetto abbastanza originale, un buon cast, un buon lavoro di regia. Quindi cosa manca? Un senso logico. La pellicola parte bene, ma man mano che si sviluppa scivola sempre più nel paradossale facendosi un autogol pazzesco. Per citare alla lettera la signora seduta dietro di me al cinema che, quasi alla fine, esausta, si è lasciata andare ad un commento tranchant: “non si capisce un c**zo!”. Ed è vero, da metà film la trama precipita in un vortice di assurdità che è solo grottesca. Peccato. Due virgola quattro stelle su cinque.
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