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In un piccolo villaggio ricoperto di neve chiamato Gross-Partsch pare che il tempo si sia fermato. La gente di quella terra così tranquilla sembra essersi ritrovata improvvisamente sospesa nell’aria, immobile, come un granello di polvere. Nelle loro modeste case dimesse, lugubri come baracche, c’è un certo senso di austerità: le giornate scorrono tutte uguali, quasi al buio, cucinando quel poco di cibo che riescono a racimolare, prelevando le uova dal pollaio o uccidendo una delle galline che gli sono rimaste. Quelle persone parlano a malapena, bisbigliando sottovoce, e l’unico suono che si avverte forte e chiaro è quello della radio accesa.
[advBanner]Rosa Sauer (Elisa Schlott), affamata e stanca, con al seguito giusto una valigia di cartone, dalla forma rettangolare, riempita con gli abiti sartoriali cuciti per lei dalla madre da poco defunta, è appena arrivata da Berlino. Sul suo splendido viso dalla carnagione color latte c’è un’espressione affranta e disillusa, ma nei suoi occhi di un azzurro intenso come il mare c’è ancora una vispa vitalità. Rosa, minuta e gracile come un fuscello, erudita e coi suoi vestiti eleganti dalle precise cuciture di pregio, non sembra essere tagliata per il lavoro di campagna. Eppure ha dovuto trasferirsi dalla grande città in quel contesto di soffocante fermezza, raggiungendo i suoceri, mentre il marito è in Russia a combattere.
[advBanner]Sì, perché è l’autunno del 1943 e quella comunità si trova in Prussia Orientale, a pochi passi dalla scura e umida foresta di conifere dove sorge il quartiere Wolfsschanze, la Tana del Lupo di Hitler. Sono gli anni cruciali, i più crudi e violenti, della Seconda Guerra Mondiale e il Führer comincia a essere sempre più paranoico. Proprio per questo una mattina Rosa verrà prelevata da due ufficiali delle SS che la condurranno nella caserma di Krausendorf, senza spiegarle il perché. Lì troverà altre sei giovani donne, all’incirca sue coetanee, in attesa di capire perché sono state tutte portate proprio in quel luogo.
[advBanner]Immaginatevi che, dopo diversi anni dallo scoppio di una guerra in corso che sta mettendo in ginocchio mezzo mondo, degli ufficiali dell’esercito vengano improvvisamente a prelevarvi a casa vostra, senza darvi alcuna spiegazione, e vi costringano a seguirli in una caserma. Adesso immaginate di subire degli approfonditi controlli medici, sempre senza che vi venga esposto il perché. Ora fate ancora un piccolo sforzo e cercate di percepire una terribile fame come se vi affliggesse da settimane, sentendo una fitta costante alla bocca dello stomaco, dei dolorosi crampi di gastrite, e di sognare disperatamente di mangiare qualcosa. Ecco, pensate di ritrovarvi con stupore davanti a una tavola apparecchiata con piatti ricolmi di fine e goloso cibo pregiato cucinato per voi da uno stimatissimo chef. Senza troppa grazia, vi ritrovereste di sicuro ad avventarvi su quelle pietanze calde, come farebbe un bambino affamato. Vi chiedo un ultima cosa: pensatevi con un grosso sorriso in volto e l’aria sollevata, mentre entusiasti masticate a bocca piena, e dopo quel meraviglioso primo boccone, in un tripudio di gusto e felicità, con l’acquolina che vi inumidisce le labbra, vi venga rivelato che siete stati selezionati per assaggiare degli alimenti che potrebbero essere avvelenati.
[advBanner]Questa è stata la storia di Margot Wölk, nata a Berlino nel 1917, scelta a sua insaputa dal sindaco e dalle SS insieme ad altre quattordici donne per diventare le assaggiatrici al servizio di Adolf Hitler. La Wölk nel ’41 aveva raggiunto la suocera, da Berlino, nella sua casa a pochi chilometri dal quartier militare denominato “Wolfsschanze”, nell’allora Prussia Orientale, dove il dittatore tedesco risiedeva insieme alla moglie. Circa un anno dopo Margot venne prelevata per la prima volta e portata nella caserma di Krausendorf e così tutti gli altri giorni a venire fino al 1944. Riuscita poi a scappare e fare rientro nella capitale tedesca, alla fine della guerra fu ripetutamente violentata dai soldati russi al punto da riportare delle lesioni che la resero sterile. Nel 1946 si ricongiunse col marito, in precedenza ritenuto disperso, che poi morì nel 1980. Unica sopravvissuta alla Seconda Guerra Mondiale delle quindici assaggiatrici, nel 2012, all’età di 95 anni decise di raccontare la sua vita in un’intervista. Dichiarò inoltre che per tornare a mangiare con serenità le ci volle moltissimo tempo, ma che alla fine ci era riuscita. Due anni dopo morì. Hitler nel 1942 era diventato ancor più paranoico di quanto non lo fosse già e aveva il terrore costante di essere avvelenato dall’esercito inglese. Da questo l’idea di scegliere delle giovani ragazze tedesche in salute per assaggiare i piatti a lui destinati; un’ennesima violenza insopportabile subita dalle donne, anche qui viste come sacrificabili senza grosse remore, simili a carne da macello, in nome di qualcuno ritenuto più importante.
[advBanner]Di questa storia Rosella Postorino nel 2018 ha deciso di farne un romanzo, poi pluripremiato, cambiando però il nome della protagonista in Rosa Sauer. Silvio Soldini, il noto regista di “Pane e Tulipani”, lo scorso 27 marzo ha presentato al cinema il suo film omonimo. Girata nel 2024 tra Bolzano, il Belgio e la Svizzera, la pellicola appare quasi come un insieme di tele pittoriche. La fotografia di Renato Berta mette in risalto i colori delle protagoniste, degli interni, ma soprattutto dei prati verdi, alla maniera di un dipinto. La sceneggiatura è stata scritta da Doriana Leondeff, Soldini, Cristina Comencini e Giulia Calenda. La regia è notevole e le interpretazioni impeccabili. Mi è mancato però il pathos all’interno della narrazione, benché siano presenti diverse scene drammatiche. Non so se fosse un effetto voluto da Soldini stesso per rendere al meglio l’aria surreale che veniva vissuta all’interno di quel villaggio e di quella caserma, lontano dai campi di concentramento e dall’orrore dell’olocausto, come se la distanza visiva rendesse poco reale la percezione delle mostruosità inflitte dai nazisti ai danni dei deportati. Del resto, tutto quello che è abbastanza lontano da non essere visto non ci tocca mai fino in fondo. Io però mi aspettavo tanto di più a livello emotivo: volevo il brivido, il terrore cieco, lo shock, la paura che non ti fa dormire la notte, la mia tanto amata sofferenza che ti strazia le carni. Tutto questo, purtroppo, non l’ho trovato. Peccato. Tre virgola cinque stelle su cinque.
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