L'equilibrio tra politica e giustizia in Italia è stato, fin dalla promulgazione della Costituzione nel 1948, molto delicato, anche se i veri e propri scontri sono più recenti. L'arrivo di Silvio Berlusconi a capo di governo e lo scandalo di Mani Pulite sono i due eventi che hanno - dagli anni '90 a oggi - segnalato che magistrati e politici spesso hanno concezioni diverse del bene pubblico e del mandato popolare che ricevono.
Le tante riforme della giustizia, ultima quella promossa dal ministro Carlo Nordio, spesso si sono inserite in altri fatti di cronaca politica, il più recente dei quali riguarda l'avviso di garanzia emesso nei confronti della premier Giorgia Meloni e di altri ministri italiani. Il centrodestra ha deciso di difenderla parlando di sentenze politicamente motivate da parte dei complotti delle "toghe rosse" che distorcono l'uso della giustizia.
In fin dei conti, c'è una domanda che meriterebbe una risposta: chi ha iniziato lo scontro fra politica e magistratura? C'è un colpevole univoco o una serie di fattori diversi fra loro?
La nostra Costituzione del 1948 stabilisce un sistema di separazione dei poteri per prevenire abusi dell'esecutivo (come accaduto nel caso del fascismo) e per garantire l'indipendenza della magistratura, la centralità del Parlamento e l'equilibrio con il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale.
Il testo costituzionale fu frutto della mediazione fra le varie anime che componevano la Costituente, che volevano in sintesi evitare che la magistratura si "appiattisse" al potere politico di turno. La questione della sua indipendenza, tuttavia, è una pratica che si è consolidata nel tempo e ha previsto negli ultimi 30 anni fasi di scontri molto accesi.
Ecco il testo della legge costituzionale, votata quindi dal Parlamento, che spiega la procedura seguita in queste ore dalla Procura di Roma rispetto alla presidente del Consiglio e ai ministri coinvolti. pic.twitter.com/S3OwvPpmWl
— ANM Associazione Nazionale Magistrati (@ANMagistrati) January 29, 2025
Ogniqualvolta che il governo di turno - al di là del suo colore politico (considerato anche che abbiamo avuto tre esecutivi tecnici) - cercava di iniziare la sua personale riforma della giustizia, la categoria della magistratura ha sempre avanzato rimostranze anche clamorose per presunti attacchi alla sua libertà d'agire.
Ciò è capitato anche con la riforma promossa dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, che da garantista quale è ha portato avanti la separazione delle carriere dei giudici (divisi fra inquirenti e giudicanti). Dalle opposizioni di sinistra si lamenta che quest'idea, ripescandola da uno dei desideri politici più forti di Silvio Berlusconi, faccia perdere all'Italia la necessaria separazione dei poteri sancita dalla Carta costituzionale.
Sentimento condiviso dalla stessa magistratura: il presidente dell'ANM Giuseppe Santalucia ha affermato che nessuna separazione delle carriere può risolvere i più urgenti problemi della giustizia in Italia (come la carenza di organici o la denigrazione della stessa categoria tramite epiteti insultanti e gravi).
Il governo, dal canto suo, ha definito spesso e senza mezzi termini le proteste dei giudici come pretestuose e fortemente politicizzate: "toghe rosse" che vogliono ostacolare la volontà popolare, che aveva dato mandato al centrodestra di realizzare il suo programma elettorale.
Un suo punto importante è evitare la lottizzazione politica degli organi della magistratura: diversi scandali passati hanno fatto notare come il CSM (Consiglio superiore della magistratura) avesse in sé elementi che sfruttavano la propria posizione per ottenere favori da vari esponenti politici.
I casi Almasri e dei due CPR in Albania sono molto recenti e hanno prodotto - come accaduto in passato - uno scontro fra tifoserie politiche non comunicanti fra loro. Il governo probabilmente si è trovato in difficoltà non potendo ammettere che dietro entrambe le decisioni - riportare i migranti in Albania e rimpatriare il generale libico - fossero prettamente politiche e dettate dalla ragione di stato.
Nessuno, né in Italia né in Europa, ha più interesse a trovare una soluzione collegiale a quel tipo di problematiche, preferendo allontanarle da sé in modo da non pagare eventuali scotti con crolli di consensi nei sondaggi. In molti sanno che stringere accordi con la "guardia costiera" libica o con la Tunisia serva innanzitutto a evitare che i migranti siano usati come armi ricattatorie, ma nessun esponente di governo lo ammetterà pubblicamente.
Nel solco della sua peggiore tradizione, certa magistratura continua a usare il proprio potere per tentare di influenzare l'azione di un Governo democraticamente eletto: si diano pace, abbiamo promesso agli italiani di riformare la giustizia e andremo fino in fondo. pic.twitter.com/f8DmAo9PHD
— Fratelli d'Italia ???????? (@FratellidItalia) January 29, 2025
Lo stesso vale per Almasri: le dichiarazioni dei vari esponenti di Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia convergono tutte sulla "giustizia ad orologeria", attivata con studiato ritardo dalle "toghe rosse" che emettono "decisioni politiche" contro una premier che ha ricevuto un chiaro mandato popolare. In più si aggiungerebbe, secondo meloniani/leghisti/forzisti, le ripicca per la riforma costituzionale della separazione delle carriere, indigesta alla magistratura.
Il fatto che Giorgia Meloni, Alfredo Mantovano, Matteo Piantedosi e Carlo Nordio abbiano ricevuto ieri 28 gennaio 2025 un avviso di garanzia è un attacco "eversivo" alla stessa esistenza del governo. Le analisi sul fatto che detenere in Italia Almasri sarebbe stato troppo pericoloso considerata la suscettibilità delle autorità militari libiche restano al più inascoltate.
La magistratura, fino agli anni '70, non aveva conflitti evidenti e dirompenti con il potere esecutivo, ma cominciava a "subire" gli effetti che le tensioni sociali avevano già prodotto sulla cittadinanza e sulla politica stessa. La magistratura iniziò quindi un dibattito interno talvolta acceso e poi esemplificato dalla nascita di correnti quali Magistratura Democratica e Magistratura Indipendente, che davano versioni diverse su come un magistrato dovesse interpretare il proprio ruolo in Italia.
#migranti, #Magi critica i trasferimenti in #Albania: "Se ci sarà una sentenza negativa, il governo dirà che è una vendetta per la #SeparazionedelleCarriere"#27gennaio pic.twitter.com/WBHjAynQOi
— Tag24 (@Tag24news) January 27, 2025
Già negli anni '70, iniziato con lo "scandalo dei petroli" e chiusosi con lo scandalo della Loggia P2, alcuni quotidiani stigmatizzarono l'attività invadente di quei "pretorini d'assalto" che - come esemplificato anche dalle indagini del giornalista Mino Pecorelli - cercavano di indicare connubi pericolosi fra politici, imprenditori e malavitosi.
L'inchiesta di Mani Pulite, iniziata nel 1992, ha poi diviso definitivamente il campo politico rendendolo simile a come lo conosciamo oggi: il garantismo è diventato prettamente di destra, il giustizialismo (o la difesa delle ragioni dei tribunali) di sinistra. Qui si sconta forse il peccato originale di quest'area politica: le mancate vittorie alle urne (clamorosa quella di Berlusconi nel 2001) avrebbero dovuto essere "riscattate" tramite la via giudiziaria, esaltando e difendendo le sentenze che andavano contro il nemico politico di turno.
In fin dei conti, però, è stata la stessa politica a offrire a diversi magistrati la possibilità di cimentarsi con incarichi ministeriali (ad esempio Antonio Di Pietro ministro dei Lavori pubblici) o di sedersi alle Camere come senatori o deputati (è il caso di Federico Cafiero De Raho con il Movimento 5Stelle). Porte girevoli stigmatizzate a fasi alterne ma che nessuno ha mai voluto fermare sul serio.
Si potrebbe anche aggiungere negli ultimi anni i vuoti normativi hanno visto l'attivarsi del potere giudiziario, che in alcuni casi (come per la questione del fine vita) ha sollecitato le Aule a elaborare proposte legislative attinenti a ciò che la società richiede. Anche questa è un'"invasione di campo", come sono state etichettate le azioni dei giudici sui tre casi citati prima riguardanti il governo di Meloni?
Può darsi, ma ciò che però è sicuro è che la politica trova sempre il modo di mettersi al centro della scena: se non è con l'elaborazione di leggi troppo dettagliate o complesse, è con l'iper-attivismo mediatico che vuole segnalare la sua vera indipendenza e la sua esistenza al mondo.
Scontri tra politica e giustizia: la tensione tra politica e magistratura in Italia ha radici storiche, con eventi significativi come l'arrivo di Berlusconi e lo scandalo di Mani Pulite. Recentemente, la riforma della giustizia proposta dal ministro Carlo Nordio ha alimentato ulteriori conflitti, in particolare riguardo alla separazione delle carriere dei giudici.
Le accuse politiche contro la magistratura: il governo Meloni e il centrodestra hanno accusato la magistratura di emettere decisioni politicamente motivate, come dimostrato dall'avviso di garanzia ricevuto dalla premier e dai suoi ministri. Tali episodi sono visti come tentativi da parte della magistratura di ostacolare un governo democraticamente eletto.
Le radici storiche del conflitto: il conflitto tra politica e magistratura è stato influenzato da eventi come lo scandalo dei petroli e l'inchiesta Mani Pulite, che hanno diviso le forze politiche italiane. La politica ha spesso utilizzato la magistratura per contrastare avversari, mentre i magistrati stessi sono stati coinvolti in politica, alimentando un circolo vizioso di conflitti di interesse.