I numeri non mentono: l'Italia, dal 1994, anno di battesimo della Seconda Repubblica, ha avuto dodici presidenti del Consiglio. Di questi, ben sette sono stati indagati dalla magistratura almeno una volta: oltre la metà. Viene naturale, quindi, chiedersi seriamente se il nostro Paese sia governato da malviventi.
Siamo nelle mani di persone di cui non ci si può fidare, nelle mani di una banda di criminali?
In realtà, dei sette presidenti del Consiglio finiti sotto indagine, alla fine, solo uno ne è risultato (una volta, a fronte di 36 processi subiti) colpevole: Silvio Berlusconi. E non nelle vesti di premier. Sul conto di Lamberto Dini, Romano Prodi, Massimo D'Alema, Matteo Renzi e Giuseppe Conte, invece, la magistratura ha avviato una procedura rivelatesi senza fondamento.
Ora vedremo se anche Giorgia Meloni entrerà nella lunga lista dei premier indagati senza alcun esito. In ogni caso, avanza già la proposta: l'Italia dovrebbe introdurre un'immunità per i suoi presidenti del Consiglio.
E insomma: sette è un numero che nella tradizione cristiana ha assunto una certa importanza con il significato di misura massima di qualsiasi cosa. Ma, per i premier indagati, sicuri che con quanto accaduto a Giorgia Meloni siamo giunti alla settima e ultima volta?
In realtà, se non si mette mano a una forma di immunità per l'inquilino di Palazzo Chigi, nessuno può esserlo.
Sono ben 31 anni, dal 1994, da quando è iniziata la seconda Repubblica dalle macerie lasciate dal pool di Milano Mani Pulite che, puntualmente, sia con i governi di destra che di sinistra, quando la politica tenta di mettere mano alla riforma della giustizia, arriva puntuale almeno un avviso di garanzia.
Sette premier per sette avvisi di garanzia, allora. Sembra un film, come il mitico "Sette spose per sette fratelli" del 1954
Sta di fatto che, nel caso italiano, il finale promette di essere molto più tragico rispetto alla commedia di Hollywood. Avvisare un premier in carica che nei suoi riguardi c'è un'indagine in corso comporta inevitabilmente un terremoto politico e istituzionale. Senza dire che mette a repentaglio la reputazione del nostro Paese a livello internazionale.
Ad esempio, chi può calcolare il danno che ha subito l'Italia dal fatto che, parafrasando una sua famosa battuta, sul conto di Giulio Andreotti, a parte le guerre puniche, è stato attribuito di tutto? A tal proposito, il profilo social di primarepubblica, giustamente, in questi giorni di lotta all'utimo sangue tra magistratura e politica, ha rispoverato una copertina di "Epoca" emblematica
Per questo, quindi, la proposta di riforma: una forma di immunità per l'inquilino di Palazzo Chigi. Sarebbe possibile? Nel 2009, con il lodo Alfano, il centrodestra tentò il colpaccio. Ma l'immunità totale per il premier e i ministri fu bocciata dalla Corte Costituzionale con la sentenza 262/2009.
Tuttavia: se si mettesse di nuovo mano a quella legge proponendo un'immunità per i vertici dello Stato esclusivamente nell'esercizio delle loro funzioni?
L'Italia non sarebbe certo il primo Paese a regolarne una per i suoi massimi rappresentanti. Negli Stati Uniti, ad esempio, il presidente non è più suscettibile di processi penali da quando mette piede nella Casa Bianca fino alla fine del suo mandato.
Certo, toccherebbe al Parlamento italiano risolvere quest'anomalia. Ma, tuttavia, non partirebbe da zero. Un esempio di immunità già vige nel nostro ordinamento costituzionale: è quello inerente il Presidente della Repubblica.
L'articolo 90 della Costituzione delinea uno status giuridico speciale per il nostro Capo dello Stato con queste parole:
Nessuno scandalo, quindi, se quanto prescritto per il Capo dello Stato si facesse valere anche per il capo del Governo. Anzi: probabilmente, ci saremmo risparmiati almeno 31 anni di colpi bassi da parte di chi, tra l'altro, non è tenuto a rispondere del proprio lavoro. E, nel frattempo, avremmo avuto una riforma che ci avrebbe garantito una giustizia più trasparente.