17 Jan, 2026 - 14:26

Armi a Kiev: Vannacci esce rafforzato o indebolito dal voto sugli aiuti militari?

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La settimana appena trascorsa è stata cruciale per la definizione di alcuni equilibri politici all’interno della Lega e, di riflesso, anche all’interno della maggioranza di governo.

Giovedì la Camera ha approvato la risoluzione per la proroga degli aiuti a Kiev. Dopo mesi di distinguo da parte della Lega — contraria a un nuovo pacchetto di aiuti militari ma eventualmente favorevole alla prosecuzione del sostegno in termini di equipaggiamenti civili — è arrivato il momento del voto. Il partito guidato da Matteo Salvini ha votato sì alla risoluzione, registrando però tre defezioni: due alla Camera, i deputati Ziello e Sasso, e quella al Senato di Borghi. 

Solo pochi giorni prima, sui social, il generale Roberto Vannacci – da sempre principale volto della fronda contraria al supporto all’Ucraina – aveva pubblicato un invito, quantomai esplicito, rivolto ai parlamentari affinché non sostenessero un nuovo decreto per Kiev.

Vannacci sfida i parlamentari leghisti


"Basta armi e soldi a Kiev", aveva scritto l’europarlamentare leghista sul suo profilo X. "Non è l’interesse nazionale, questa guerra impoverisce l’Italia. La pace serve ora. Ai parlamentari dico: un vostro sì prolungherà guerra e sofferenza".

Nessuno spazio all’ambiguità, dunque, quello lasciato da Vannacci, che ha apertamente sfidato i parlamentari a rivedere la posizione del sì, indicata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. L’invito è stato peraltro ribadito anche da una delegazione dei Team Vannacci del “Mondo al Contrario” fuori da Montecitorio, con un flashmob e uno striscione che esortava a non votare l’invio di aiuti a Kiev.

Alla fine, per la prima volta, il voto ha mostrato una spaccatura concreta nel fronte leghista – e di conseguenza nella maggioranza - con tre defezioni. Un numero che può essere interpretato in due modi: come segnale di un rafforzamento dell'influenza di Vannaci, oppure del suo ridimensionamento, considerando l’enorme peso mediatico che ha il generale.

Il Giornale: “Svanisce l’effetto Vannacci”

Il primo a essere interpellato sul significato di queste defezioni e sulla prosecuzione del sostegno a Kiev da parte della Lega — nonostante i ripetuti proclami contrari — è stato proprio Vannacci. In un’intervista a Radio Cusano Campus, l’ex generale ha ribadito la sua posizione: "Questa non è più una guerra che il popolo ucraino vuole portare avanti, perché si sono resi conto che questa strategia non ha portato ai risultati sperati", aggiungendo le conseguenze pagate anche i Paesi che hanno supportato l’invio di armi, tra cui l’Italia.

Raggiunto poi da altre testate, come Il Giornale, Vannacci ha negato di aver influenzato i deputati e il senatore che hanno votato contro l’aiuto a Kiev: "Avranno votato in coerenza con quello che la Lega fa a Bruxelles, dove abbiamo sempre votato contro".

Una risposta che, evidentemente, non ha convinto Il Giornale, la cui interpretazione dell’accaduto appare evidente nel titolo dell’articolo di Michel Dessì: "Svanisce l’effetto Vannacci: il generale si ritrova isolato dopo l’affondo contro le armi".

L’analisi di Massimo Franco

Da un’altra prospettiva, c’è chi ritiene che lo strappo leghista — "poco più di una smagliatura, ma una novità", come ha scritto Massimo Franco sul Corriere della Sera — non vada però sottovalutato. Per la prima volta, nella maggioranza guidata da Meloni, si è consumato uno strappo al momento del voto.

Piccolo, certamente, ma evidente: una parte della Lega ha deciso di uscire allo scoperto, sottraendosi all’immagine di compattezza del partito, nonostante i tentativi di minimizzare la portata della vicenda. Basti pensare alle parole del presidente dei senatori della Lega, Massimiliano Romeo, "la Lega è sempre stata a favore del sostegno all’Ucraina, sia militare sia civile, perché sostiene la sovranità del popolo ucraino. Semmai, ha posto in evidenza una critica alla retorica bellicista".

La reazione di Salvini e Meloni

E il leader della Lega? Matteo Salvini è rimasto dopo il voto in una posizione cauta. Sollecitato dai cronisti, ha preferito non strappare con Vannacci, annunciando un incontro tra i due nel corso della settimana e il valore della “squadra” della Lega. Il dato politico, però, resta: con l’espressione della sua contrarietà, Vannacci ha concretamente messo in luce le discrepanze tra le dichiarazioni della Lega e i comportamenti effettivi del partito.

È stata una prova di leadership quella dell’ex generale? Per ora, dietro le quinte, i leghisti sembrano smentire questa lettura. 

Lo strappo sul voto, in ogni caso, non deve essere piaciuto affatto a Giorgia Meloni. La premier tollera da mesi i continui distinguo leghisti, specialmente sui temi di politica estera, consapevole che finora non si erano mai tradotti in voti contrari. L’immagine granitica del governo non è mai crollata, come ha ribadito la stessa Meloni quando sollecitata sul punto.

Con il voto di giovedì, intanto, le cose sono cambiate: saranno le prossime mosse a rivelare se il generale uscirà ridimensionato o meno da questa vicenda.

 

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