Ora che i riflettori sulla liberazione del generale Najem Osama Almasri, il capo della polizia giudiziaria libica e del centro di detenzione di Mitiga accusato dalla Corte penale internazionale di crimini contro l'umanità, stanno cominciando a spegnersi, si può dire che, nella settimana appena trascorsa, non si è assistito a nulla di nuovo sotto al sole della nostra politica estera.
L'Italia, in tutta la sua storia repubblicana, ha assunto con i Paesi arabi un atteggiamento molto più dialogante rispetto all'ala pura e dura della Nato. Ma questo, a conti fatti, non ha mai mancato di avere il suo tornaconto. Sia per noi che per l'intera alleanza atlantica.
Insomma: i giri di valzer della Farnesina, per utilizzare un modo di dire in voga fin dalla prima Repubblica, spesso hanno sortito un effetto positivo. Ci hanno fatto ballare tutti più serenamente, magari al ritmo di "italiani, brava gente".
E così: certo che la liberazione di Almasri è stata una forzatura, certo che è stata una scelta politica. Certo che qualsiasi "irritualità" dell'arresto del generale libico poteva essere sanata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Ma se il Guardasigilli non l'ha fatto, un motivo c'è. Anzi, di motivi ce ne sono almeno due.
Il primo attiene all'attuale situazione geopolitica mediorientale, già incandescente con la tregua raggiunta tra Israele e Hamas che è un parto complicato giorno dopo giorno.
Il secondo attiene in modo più particolare all'Italia, perché più che a battere i pugni, sui tavoli internazionali, storicamente, siamo stati sempre più bravi a ballare il valzer: una volta un passo di lato, un'altra un passo avanti, un'altra ancora un passo indietro. Proprio come accaduto con Almasri, al netto della narrazione che il governo - un po' pasticciando - ha voluto diffondere.
E quindi. Prima regola di quando si balla il valzer: vale tutto. Anche riportare un presunto criminale a casa con un aereo dei Servizi. Inutile scandalizzarsi, inutile strabuzzare gli occhi, inutile mettersi le mani nei capelli, inutile gridare "una cosa mai vista!": le cose del mondo, soprattutto in relazione con il mondo arabo, vanno così. E altro che "cosa mai vista".
La prima volta che abbiamo detto "musica, maestro" e ci siamo buttati in pista a ballare il valzer, probabilmente, è stato con il lodo Moro. Si tratta di alcuni accordi, tenuti nascosti, che il nostro Paese, appena affrancatosi dal rigido controllo Usa del dopoguerra, ha stipulato con alcune organizzazioni terroristiche. Sì: terroristiche.
Del resto, le nostre priorità sono sempre state due: preservare la sicurezza delle nostre città, tenendo lontani gli attentati di radice arabo-islamica. E garantire la nostra economia, particolarmente dipendente dal petrolio mediorientale.
Come dire: oggi fa figo parlare di Ztl, ma nei Settanta le domeniche a piedi erano una scocciatura con l'inflazione galoppante e la crescita bloccata. Per l'Italia, poi, rappresentavano la fine definitiva degli anni del miracolo economico. E da piccoli e belli capivamo, ancora senza l'euro, di essere piccoli e in pericolo. L'ha spiegato bene questo servizio di Euronews
E quindi: con gli arabi, meglio non farsi male. Il lodo Moro prevedeva che in cambio di un occhio di riguardo per l'Italia, i terroristi arrestati in flagranza, quando proprio non si poteva fare a meno, in un modo o nell'altro, venissero rilasciati. O meglio, per preservare la forma: accompagnati nelle patrie galere dei loro Paesi d'origine. Liberi, naturalmente, di non crederci.
E comunque: la controprova si ebbe nel 1972 quando, a Ostia, dei terroristi palestinesi volevano abbattere l'aereo su sui viaggiava la premier israeliana Golda Meir con un bazooka. Furono presi per le orecchie dalle nostre forze dell'ordine. Incarcerati il tempo che l'aereo sorvolasse i nostri cieli tranquillamente. E poi consegnati al dittatore libico Gheddafi con un volo gentilmente concesso sul nostro Argo 16, abbattuto qualche tempo dopo dal Mossad in seguito a quello che, nel calcio, sarebbe giudicato nient'altro che uno stupido fallo di reazione.
Sta di fatto che proprio da questa vicenda nacque a Venezia un'inchiesta di un magistrato cui è sempre piaciuto indagare sui misteri italiani, Carlo Mastelloni: accertò l'esistenza di patti segreti tra lo Stato italiano e le organizzazioni terroristiche mediorientali.
E comunque: sui giornali italiani, negli anni, non ha mai fatto particolarmente scandalo vedere foto come questa: Craxi con Arafat
Né ha mai scosso più di tanto la coscienza nazionale riportare il discorso del leader socialista pronunciato nelle vesti di presidente del Consiglio in cui definiva "legittima" la lotta armata dell'Olp e paragonava Arafat a Mazzini (La Malfa, però, come si vede nel video, non si teneva)
Andreotti, poi, nel 1988, durante un viaggio che fece a Palmira, in Siria, non ebbe problemi nemmeno a indossare la kefiah davanti a un fotografo Ansa.
Del resto, già sei anni prima, nel 1982, invitò Arafat a parlare alla Camera dei deputati a Roma sdoganandolo davanti alla comunità internazionale.
Insomma, nemmeno Sigonella arrivò per caso: l'ideatore dell'attentato all'Achille Lauro in cui perse la vita un ebreo americano, Abu Abbas fu fatto salire su un volo in direzione Belgrado.
E poi, a confermare i giri di valzer, a confermare il dna della nostra politica estera, ci sono le lettere di Aldo Moro scritte nei 55 giorni di detenzione scontati dal presidente della Dc nella prigione del popolo dei terroristi di casa nostra, le Br. Tentando di convincere la Dc alla trattativa per giungere a salvare la sua vita in cambio della liberazione di alcuni brigatisti incarcerati, il 28 aprile 1978 scrisse:
Per lui non ci fu giro di valzer che lo salvasse.
Ora, però, mercoledì 29 gennaio, il ministro Nordio è atteso al Copasir e il ministro dell'Interno Piantedosi in Parlamento a relazionare sul caso Almasri. E qualcosa pure si dovrà dire.