E meno male che ora arriva Sanremo e per una settimana / dieci giorni (ma se va bene anche di più) non si parlerà d'altro che di canzonette, ospitate, abiti, acconciature, look, tappeti rossi, passerelle, presentatori, presentatrici, record di ascolti, cachet, battute e/o appelli, ciò che ha detto quello, ciò che ha detto quell'altro, starlette, tradimenti, riconciliazioni, liti, baci, gaffe, provocazioni più o meno studiate e tutto ciò che il buon dio della televisione si inventerà per l'edizione 2025.
Meno male perché il governo Meloni è arrivato alla settimana del Festival, diciamocelo, se non proprio con l'acqua alla gola, almeno col fiato corto, in debito d'ossigeno: il caso Almasri forse è stato il primo che l'ha messo davvero in difficoltà. Ma non solo: i migranti in Albania con biglietto di andata e ritorno, il braccio di ferro con la magistratura, le riforme che sono una via crucis, il caso Paragon, poi: ultimamente, sembra che ce ne sia una al giorno.
Meglio staccare, allora. Meglio che di Giorgia Meloni & friends, per una settimana / dieci giorni (ma se va bene anche di più) gli italiani se ne dimentichino un po'.
E insomma: la tempistica è tutto, anche in politica. E stare per un po' di giorni lontani dalle luci dei riflettori ora più che mai non farà male al governo Meloni, arrivato al giro di boa della legislatura sull'onda di settimane quantomeno bislacche.
Meglio tirare il fiato. Cedere il palcoscenico ai protagonisti dell'Ariston e rimanere in silenzio perché di polemiche, per carità, ce ne sono anche troppe e, alla lunga, rischiano di logorare.
Sanremo 2025, allora, è davvero una benedizione per Giorgia Meloni. L'appuntamento nazional-popolare che annuncia la primavera con i suoi giorni carnevaleschi, con i suoi riti che si impongono nel dibattito pubblico sovvertendo ruoli e priorità, arriva a fagiolo per l'inquilina di Palazzo Chigi.
Se nei bar, negli uffici, per strada, dalle prossime ore, si inizierà a parlare di Sanremo e nient'altro che di Sanremo, sarà un toccasana per il governo chiamato a capire come avviare la fase finale della sua esperienza senza farsi troppo male. E, soprattutto, in modo tale da mettere quelle bandierine giuste per arrivare all'appuntamento con le urne, nel 2027, con la possibilità di dire: "Visto? Questo l'abbiamo fatto. Ora dateci di nuovo la fiducia per completare il lavoro".
Dio abbia in gloria Sanremo, quindi, è la preghiera del centrodestra. E Vittorio Feltri è inutile che fa lo schizzinoso: sa benissimo che quest'anno più che mai il Festival cade dal cielo per la parte politica che preferisce (è o non è consigliere regionale in quota Fdi?) come una manna
Un po' di distrazione generale, anche senza arrivare allo stato di "stupidità collettiva", non guasterà al centrodestra.
Del resto, l'ordine di abbassare i toni, in primis nei confronti dei magistrati, è già arrivato da Palazzo Chigi:
ha lasciato detto il potentissimo sottosegretario Alfredo Mantovano. E Giorgia Meloni, approfittando della nomina di Cesare Parodi nuovo presidente dell'Associazione nazionale magistrati, ha preso la palla al balzo per augurargli buon lavoro e mandargli a dire:
Insomma: Elly Schlein le ha dato della coniglia? Meglio non darle corda. I giornali della sinistra le danno addosso perché è l'europea più trampiana che ci sia? Meglio un'alzata di spalle: meglio far scattare la pax sanremese. Linea all'Ariston, che ne riparliamo dopo il Festival.