Nessuno pretende il fiuto di Sherlock Holmes: elementare, Watson, che qualche errore statisticamente ci sia. Ma qui almeno tre indizi fanno, come recita il vecchio adagio, una prova.
Indizio numero uno: il 13 agosto 2007, Chiara Poggi, a 26 anni, viene uccisa nella sua casa di Garlasco. Per il delitto è condannato a 16 anni il fidanzato Alberto Stasi. Di questi giorni, però, è la notizia che la Procura di Pavia ha di fatto riaperto il caso indagando Andrea Sempio, a suo tempo scagionato ma ora di nuovo sott'accusa perché, secondo i pm, le tracce trovate sulle unghie di Chiara sarebbero compatibili col 37enne.
Indizio numero due: un anno e mezzo fa, Luca Canfora, il costumista di "Parthenope", fu trovato morto a Capri, proprio come uno dei protagonisti dell'ultimo film di Paolo Sorrentino che ruota (anche) attorno a un suicidio. Della stessa cosa si parlò per Canfora: suicidio. Fatto sta che solo la scorsa settimana il suo cadavere è stato riesumato, e solo ora è stato sottoposto a un esame autoptico con esami radiografici: chissà che risultati faranno saltare fuori.
Indizio numero tre: a gennaio del 2021, fu trovata morta la 63enne triestina Liliana Resinovich. Anche nel suo caso subito si parlò di suicidio. Ma, molto probabilmente, in maniera frettolosa. E quindi, sbagliata. Perché un secondo e più accurato esame autoptico ha rafforzato non poco la tesi secondo la quale in realtà ha subito un'aggressione ed è morta per soffocamento.
E quindi: che ci succede? In Italia non si sanno più fare le indagini sulle scene dei delitti? E la politica, impegnata nella riforma della Giustizia, che risposta può dare a tal proposito?
E insomma: l'Italia è la patria dei commissari, delle magistrate e dei super poliziotti solamente nelle serie tv? Nella realtà, gli ultimi casi segnalati dalla cronaca sembrano proprio segnalare che chi è chiamato a ricostruire ciò che è successo sulle scene dei crimini agisca con superficialità se non inerzia e omissioni.
Per dirne una: a Capri, per accertare la causa della morte di Canfora, non sarebbero state nemmeno visionate le immagini delle telecamere di sorveglianza dei mitici Giardini di Augusto, laddove è stata girata la scena del suicidio del film di Sorrentino e dove è stato visto per l'ultima volta il costumista.
Ma davanti a questi casi, la politica cosa c'entra e cosa fa?
Nell'ambito della riforma Nordio che mira a separare le carriere dei magistrati che indagano rispetto a quelli che giudicano, nelle scorse settimane, si è fatta balenare anche un'integrazione che avrebbe voluto togliere al pm il potere di dirigere la polizia giudiziaria nelle indagini. Al che, manco a dirlo, apriti cielo! I magistrati subito hanno alzato una nuova barricata.
Ma questa volta a ragione: perché, a garanzia degli indagati, le indagini non possono essere guidate esclusivamente da un corpo dello Stato che risponde all'esecutivo, ma devono far capo al potere giudiziario.
Tuttavia, i casi di Garlasco, Capri e Trieste fanno sorgere anche il dubbio se, così stando le cose, i magistrati inquirenti abbiano le capacità professionali di indagare bene sulle scene dei crimini. Il sistema fa abbastanza per garantire loro una preparazione necessaria?
Insomma: il fiuto e il talento di Sherlock Holmes vanno coltivati e supportati. Ma, in Italia, il sistema giudiziario garantisce questo? Le nuove tecnologie aprono scenari impensabili fino a pochi anni fa per risalire ai colpevoli: le toghe ne sono consapevoli?
Per il caso di Garlasco, le ultime notizie dicono che sono stati recuperati campioni mai analizzati. E che gli abiti indossati dalla povera Chiara Poggi sono stati distrutti nel 2022.
Forse, la politica qualcosa da fare ce l'avrebbe.