“Non ti vesti per provocare, vero?” “Stai zitta che è meglio.” “Sei mia.”
La violenza di genere non inizia con uno schiaffo. Inizia con il controllo, con le parole, con gli sguardi e con una cultura che giustifica, minimizza, ironizza, colpevolizza. È un fenomeno strutturale, che colpisce soprattutto le donne e le persone LGBTQIA+. Non è solo una questione privata, né un fatto isolato: è una realtà quotidiana, sistemica, che discrimina chi non si conforma a ruoli imposti. In Italia, ogni anno centinaia di persone subiscono abusi legati al proprio genere o alla propria identità. E, troppo spesso, finiscono nei necrologi ma non nei titoli dei giornali.
La definizione di violenza di genere è prima di tutto culturale. È ogni atto, parola o atteggiamento che ferisce, controlla o annienta una persona perché è donna, uomo o transgender. È un abuso di potere, spesso mascherato da amore, gelosia, protezione. Non ha un volto solo, ma una radice comune: l’abuso di potere su chi viene ritenuto inferiore.
Riconoscere la violenza di genere significa anche saperne cogliere i segnali precoci. Non serve aspettare un’aggressione fisica per intervenire.
Ecco alcuni esempi comuni:
Spesso si tratta di un’escalation, che parte da piccoli abusi quotidiani e può sfociare in crimini gravissimi.
Secondo l’ISTAT, più del 31% delle donne italiane ha subito almeno una volta una forma di violenza fisica o sessuale. Nel 2024, sono stati 113 i femminicidi, la maggior parte all’interno della famiglia o della relazione. Le persone trans e non binarie vivono un doppio stigma: secondo l’associazione Transgender Europe, l’Italia è tra i Paesi con più casi di omicidi transfobici in Europa.
La violenza di genere continua a mietere vittime, lasciando dietro di sé storie tragiche che scuotono le nostre coscienze.
Ecco alcuni casi recentissimi emblematici:
Queste storie mostrano quanto la violenza di genere possa colpire in forme diverse, ma tutte mosse dalla stessa matrice di dominio.
E la violenza sugli uomini?
Serve chiarezza. Esistono anche uomini vittime di violenza da parte di partner o familiari. Abusi psicologici, isolamento, perfino aggressioni fisiche. Ma è importante dire le cose come stanno: non si tratta di un fenomeno sistemico. Non esiste una cultura strutturata di dominio femminile sugli uomini. Non c’è simmetria con la violenza subita da donne e persone transgender, che affonda le radici in secoli di patriarcato, subordinazione o discriminazione. Riconoscere questo non sminuisce il dolore individuale degli uomini vittime. Ma evita di confondere piani diversi, e di oscurare le vere dinamiche di potere.
La legge italiana ha fatto passi avanti: il Codice Penale punisce maltrattamenti, stalking, violenza sessuale, lesioni. Ma spesso la giustizia arriva tardi. Per questo nel 2019 è nato il Codice Rosso: un protocollo che garantisce alla vittima di violenza di genere l’ascolto immediato da parte delle autorità, indagini più rapide e pene più severe. Il Codice Rosso ha segnato un passo avanti nella tutela delle vittime, ma la sua applicazione pratica è ancora troppo lenta e spesso inefficace.
Serve molto più di una legge. Serve educazione sessuale, affettiva ed emotiva fin dalle scuole. Serve formare le forze dell’ordine, chi lavora nella sanità, gli operatori sociali. E serve un cambiamento culturale: smettere di chiedere “cosa ha fatto lei per provocarlo?” e iniziare a chiederci perché continuiamo a giustificare l’aggressore.
La violenza di genere riguarda tutti. Che sia contro una donna o una persona transgender, la violenza di genere è un problema collettivo. Sta nei dettagli che ignoriamo, nelle frasi che normalizziamo, nei silenzi che proteggono chi fa del male. Informarsi, parlarne, agire: è così che si cambia.
A cura di Simona Ledda