02 Mar, 2025 - 12:05

Stefano Bonaccini non sarà più il leader della minoranza interna al Pd: ecco con chi vogliono sostituirlo i riformisti

Stefano Bonaccini non sarà più il leader della minoranza interna al Pd: ecco con chi vogliono sostituirlo i riformisti

Qual è il partito che il giorno prima dei fattacci dello Studio Ovale, ha votato all'unanimità una relazione della segretaria che, a proposito della situazione internazionale, diceva: "Noi non siamo con Trump e il suo falso pacifismo e non siamo con l'Europa per continuare la guerra"? E qual è il partito che invita a votare sì per abrogare, in occasione dei prossimi referendum, una legge che lui stesso aveva promosso e fatto approvare? 

La risposta è presto data: il Partito Democratico di Elly Schlein. Davanti al quale la posizione della minoranza interna, dell'ala riformista, si fa sempre più imbarazzata. Anche perché, molto incautamente, quello che dovrebbe essere il suo leader, Stefano Bonaccini, il giorno dopo la direzione di giovedì, è uscito sul Corriere della Sera con un'intervista che non è affatto piaciuta ai suoi, tanto che l'opzione di sostituirlo non è certo più peregrina.

Bonaccini non più leader dei riformisti Pd: ecco perché e da chi sarà sostituito

Già prima dei fatti dello Studio Ovale, molti riformisti hanno affidato i loro mugugni alle chat riservate: nel mirino, c'era quello che dovrebbe essere il loro leader, il presidente del Pd Stefano Bonaccini.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso già venerdì mattina è stata in particolare una domanda fattagli dal Corriere della Sera: siete contrari a portare le spese militari al 2% del Pil come chiede la Nato? La risposta di Bonaccini è stata questa:

virgolette
Noi siamo contrari a una corsa agli armamenti. Siamo invece favorevoli a un piano di rafforzamento strategico dell'Unione Europea che ne accresca l'autostima anche sul piano difensivo. Attenzione, però: il problema non si risolve acquistando più armi, ma innalzando con politiche industriali e delle infrastrutture il potenziale strategico d'insieme

E vabbè, un po' di politichese per il più classico di un colpo al cerchio e uno alla botte. Ma per una posizione, quella dei riformisti e, più in generale del Pd, che è risultata indecifrabile.

Qualche ora più tardi, paradossalmente, ci hanno pensato Trump e Vance a riportare i dem, più o meno, sulla stessa posizione pro-Ucraina. Persino con dirigenti sempre molto scettici nei confronti di Zelensky come Sandro Ruotolo e Peppe Provenzano. E con la segretaria stessa che è dovuta correre a scrivere sui social quanto si riporta di seguuito:

virgolette
Trump ha scelto di stare con Putin, ha umiliato con violenza inaudita un popolo aggredito da un dittatore e l’ha fatto in un’imboscata che è puro bullismo istituzionale contro il Presidente Zelensky. Il governo italiano esprima solidarietà e sostegno al popolo ucraino e al suo presidente. Giorgia Meloni non può più procrastinare la scelta: o con Trump, i suoi miliardi e i suoi interessi economici o con la democrazia e l’Europa
 
Già: o dall'una o dall'altra parte. Ma il Pd da che parte sta? Ora (ma solo ora) sembrerebbe dalla parte della difesa della libertà dell'Ucraina e dell'Occidente. Tant'è che per il 15 marzo, ha subito aderito alla manifestazione pro-Europa lanciata da Michele Serra sulla pagine di Repubblica.
 
Come dire: meglio tardi che mai.

La questione Jobs Act

Tuttavia, le contraddizioni del Pd non si fermano solo sullo scenario internazionale: per quanto riguarda la politica interna, infatti, c'è una questione che rischia davvero di fargli fare un gran capitombolo, come la più classica buccia di banana. Si tratta del Jobs Act.
 
Il Pd di Elly Schlein si è battuto per il referendum al fine di abrogare la legge che lui stesso, all'epoca di Matteo Renzi, ha voluto e che, 11 anni dopo, si può anche dire che abbia dato buoni risultati visto che l'occupazione italiana, oggi, si assesta a oltre il 62% (un livello record), i contratti a tempo indeterminato crescono e la disoccupazione è al 5,7%.
 
Così, Giorgio Gori, l'ex sindaco di Bergamo, ora europarlamentare e figura di spicco dei riformisti del Pd, ha subito puntualizzato

Chi potrebbe sostituire Bonaccini? Ecco il nome

Ma tant'é: la relazione della segretaria Schlein, giovedì sera, è stata votata all'unanimità dei presenti in direzione nazionale. Le fibrillazioni dei riformisti rispetto al loro portavoce, Stefano Bonaccini, sono sembrate, però, subito evidenti perché è considerato troppo allineato all'attuale numero uno del Nazareno, anche nel caso in cui lasciasse libertà di voto sul Jobs Act.

Così, tra i riformisti, sta prendendo sempre più piede l'idea di affidarsi ad Alessandro Alfieri, già segretario del Pd Lombardia, anziché all'ex Governatore dell'Emilia Romagna (ora europarlamentare) per far sentire la propria voce.

Energia popolare, la corrente interna al Pd che è nata attorno a Bonaccini, ormai è alla ricerca di una nuova leadership, capace di marcare più nettamente le differenze di vedute con Elly Schlein. 

Insomma, i riformisti sognano di non essere più coinvolti in reprimende come quella di Aldo Grasso sul CorSera di oggi:

virgolette
Schlein ha la straordinaria capacità di passare dalla fantascienza alla fantapolitica, quella terra di nessuno, però molto popolata, dove trionfano l'irresolutezza, la titubanza e il galleggiamento. Dopo la scena raccapricciante in diretta dallo Studio Ovale, le vie di mezzo sono solo vie di fuga

Ma c'è chi non vuole esserne complice.

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Giovanni Santaniello
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